«Mi pare, mio buon amico, che io le abbia sempre voluto bene: e rispondendo sempre alla sua generosa richiesta, non dovrei che sottolineare questa parola bene, che un nuovo sentimento di gratitudine rende ancora più sacra. Come posso dubitare della mia felicità se io avrò ai fianchi una guida così tenera e così prudente? Io ho troppo vissuto nella nebbia dei vani idealismi, credendo che la vita si potesse fabbricare nelle nuvole: e ho inutilmente sofferto e fatto inutilmente soffrire, mentre la vita è cosa vera, più dolorosa che buona, per cui non bastano sempre le forze del cuore, se non sono confortate dalle ragioni della prudenza. Fidandomi in Lei, mio vecchio amico, sento che io rientro nel vero e mi colloco nella migliore condizione per compiere il mio dovere che ho forse troppo confuso fin qui colla mia volontà».

Rileggendo queste righe, che contenevano una felice argomentazione, la fanciulla vedeva quasi dissiparsi l'ultima nebbia d'un dubbio che la tratteneva dal credere troppo alla sua sincerità.

Non chiedeva più se amava l'uomo che la cercava in isposa: ma sentiva che il suo dovere era di amarlo e ch'egli meritava d'essere amato. Forse era un sofisma del suo spirito, che credeva di risolvere un problema coprendolo con un altro; ma in quest'abbaglio cascano incoscientemente anche i logici più consumati senz'aver le ragioni secondarie che potevano scusare la nostra Flora.

Questa, se paragonava quel che era stata finora a quel che poteva diventare sposando Cresti, la sua stanzuccia dai mattoni screpolati, alla bella villetta che dalla finestra vedeva biancheggiare nell'ombra fredda dell'altra riva: se ricordava i giorni delle lunghe tristezze invernali, quando il gran freddo che scrolla le finestre par che insulti alla poca legna che langue nel caminetto, doveva riconoscere che l'offerta di Cresti scendeva sopra di lei come una benedizione.

Un senso di quiete e il presentimento di una consolazione non priva di orgoglio dilatava il suo cuore. Forse parlava forte, senza che ella sapesse distinguere questa voce dalle altre, anche un risentimento contro un destino troppo avaro e crudele e una certa irritazione di amor proprio offeso, che è sempre nel fondo della tazza in cui precipita un amore che si guasta. Se altri non l'aveva creduta degna d'una grazia, ecco il buon Cresti che la invitava a salire i gradini di un trono… Colla pace dello spirito, col bene compiuto per sè e per gli altri, coll'adempimento di un dovere reso ormai necessario, era la dignità d'una vita signorile, senza della quale non intendeva che vi possa essere una grande elevazione. Non c'è bellezza senza eleganza, non c'è eleganza senza gioia, non c'è gioia senza dominio. Chi è servo dei propri bisogni non può regnare nemmeno sopra di sè stesso.

Ogni donna dovrebbe essere regina, com'è regina la femmina dell'alveare. Ma i tempi snaturati vanno apprestando troppi doveri rudi e logoranti alle mani delicate delle figlie della terra, troppo pesanti responsabilità alle tenere spalle, e disseccando le aiuole, isteriliscono i giardini della vita. Quella malinconica scienza economica che insegna che si può cavare un bastone anche da un cespo di rose, mette a usura anche le tenere grazie femminili per cavarne strumenti di lavoro, e trasforma l'aereo pizzo di Fiandra e di Venezia in un volgare strofinaccio. Questo era lo spavento di Flora tutte le volte che si affacciava alla porta del suo vuoto avvenire o che discuteva con sè stessa il rischio di dover guadagnarsi il pane per sè e per la mamma con un lavoro miseramente mendicato e miseramente eseguito colle dita fredde e stanche. Non soltanto la lettera di risposta a Cresti le parve buona e sincera, ma volle levarsi anche le ombre d'un ultimo rimorso con una serie di interrogazioni, a cui lasciava a lui la responsabilità di rispondere.

Riprese la penna e continuò:—«Sarò io capace di farla felice, amico Cresti, o non sono io una ragazza troppo leggera, svolazzante, rivoluzionaria, intinta un poco di anarchia come i miei capelli?… (Eran le solite facezie del buon amico del Pioppino)…. E non crederà il mondo che io ceda, più alle lusinghe dell'onore che mi fanno, e meno a un santo dovere del cuore?…

* * * * *

A questo punto Flora si alzò in preda a una strana agitazione e corse alla finestra a chiudere le persiane contro il sole che entrava sfolgorante: e in quello stesso punto in un modo che aveva della veemenza squillarono i campanelli della porta di strada. Stando dietro le spie delle persiane, potè vedere, senza essere veduta, il Cresti che s'incontrava con Regina e fermavasi a mostrarle un telegramma e a discorrere con lei in una maniera concitata, mettendo fuori delle piccole parole, che afferrava e stringeva in aria colle mani.

Regina una volta si coprì gli occhi colle mani e corse in casa, mentre il Cresti pareva voler ritornare verso la porta: ma fatti quattro passi, veniva di nuovo verso la casa per ripetere a Elisa d'Avanzo il suo gran discorso serrato, pieno di segni che parevano minaccie. Di lì a poco Regina li raggiunse, precedendo la mamma che aveva un viso slavato, e che alle prime parole del Cresti si lasciò cadere sulla panchina.