Donna Vincenzina esitò ancora un istante come se finisse di consultare il suo cuore: poi riprese:
—Ci son delle ragioni sacre che comandano il silenzio…—
—Se credete che io non meriti ancora la vostra confidenza…—
Ma essa lo interruppe di nuovo per dirgli:—Devo accusare il mio povero babbo, capite? Che valore avrebbe il mio sacrificio se io lo facessi scontare a un povero morto a prezzo di vergogna? Se ho creduto utile di tacere, quando ero più giovine, quando ero bella, quando avevo qualche diritto di ribellarmi al mio destino, come potrei ora pentirmi del bene che ho fatto, senza commettere quasi un delitto? Ma voi oggi non siete più semplicemente un amico di casa; troppo ho bisogno della vostra assistenza e della vostra stima perchè non abbia a considerarvi quasi come un mio fratello, a cui posso e devo consegnare le carte più preziose e i segreti più gelosi della mia vita. Se voi dovete far da padre a Ezio, se i nostri rapporti devono continuare nell'avvenire, è bene che non vi siano diffidenze, sospetti, recriminazioni tra noi. Solamente a questo patto credo di poter rompere un segreto che doveva morire con me. Mi sarete poi grato di questo sacrificio che vi faccio? e promettete che morirà con voi la confidenza che dopo dodici anni mi tolgo per la prima volta dal cuore? e che non me ne parlerete più? e che sarete più buono e più savio con me? Quel che io sto per dire a voi, non è conosciuto nemmeno da mia sorella, che ha creduto ad altre apparenze.
—E allora, mia cara…—disse il vecchio amico come se volesse rinunciare a questo privilegio; ma o egli non ebbe abbastanza prontezza per resistere alla sua curiosità o essa non ebbe abbastanza forza per respingere il suo bisogno di parlare.
—Voi vi ricordate, Massimo, che nostro padre era impiegato alla Tesoreria provinciale, in un posto di fiducia—riprese a dire frettolosamente senza mai levare gli occhi da terra.—Quando cominciò a sentire le strettezze del vivere, non volendo nella sua bontà, che alle sue figliuole avesse a mancare nulla, bisognoso egli stesso di vivere bene, troppo incosciente dei pericoli e delle responsabilità a cui andava incontro, il pover'uomo ebbe in più riprese ad abusare della fiducia de' suoi superiori: e una volta non potè rifondere una riserva di cassa. Fu una volta sola per una somma non troppo grande: ma fu scoperto. Egli aveva anche dei nemici: immaginate. Era il disonore, la rovina, un processo, la prigionia. Il suo capo l'aveva già denunciato al procuratore del Re, che era allora vostro fratello, Camillo Bagliani, e fu sotto il terrore di questa minaccia che il povero babbo…. Dio, che giorni!… mi prese in disparte e fece a me sola, la sua cara Vincenzina, la confessione del suo peccato. Piangendo, strappandosi i capelli, mi pregò di aiutarlo, di salvarlo… Come potevo fare?—Donna Vincenzina si arrestò un momento: poi seguitò, cercando di uscir più presto dalle spine di quel racconto:—Gli proposi di andar insieme dal procuratore del Re. Mi gettai a' suoi piedi e lo pregai con tutte le mie lagrime; anche in nome vostro, Massimo, di non far male al mio povero papà. L'austero magistrato parve commosso e promise che avrebbe fatto in modo che il deposito di riserva fosse immediatamente restituito per rendere regolare il rendiconto mensile: e anticipò del suo la somma. Non mancava che di arrestare l'istruttoria del processo: e anche in questo giovò l'opera di un uomo così autorevole. Una sera venne egli stesso in casa nostra a promettere il suo valido appoggio, ma poi… (qui la voce di Vincenzina tremò) pose una condizione ch'io non ho potuto rifiutare. Ecco perchè ho sposato vostro fratello. Era il minor male che potessi fare in quel momento…—
Con voce umile e fredda troncò quasi improvvisamente una confessione, che stentatamente aveva dovuto cavare dal cuore, sulla quale era corsa colle parole come se volesse abbreviare a sè e a chi l'ascoltava un inutile martirio. Con un sorriso d'indulgenza stese la mano a Massimo, che rimase inerte come un uomo che sia stato mortalmente ferito in qualche parte del corpo e resta un istante in piedi in attesa che la morte lo faccia stramazzare.
Non era difficile intendere che Camillo aveva contrattata vita per vita. Affascinato dalla molle e tenera bellezza di Vincenzina, che il destino gli aveva condotto ai piedi, uso, come tutti i forti, a creder suo tutto quanto cadeva nel dominio del suo egoismo, stese la mano sul bene di un fratello povero e ramingo: e se ne impadronì… ossia lo comperò col denaro che servì a coprire un furto.
Massimo, che ora si pentiva d'aver troppo voluto conoscere, dopo aver fatto forza sopra sè stesso, tirò una sedia accanto a quella di lei, sedette, cercò timidamente una sua mano ch'ella non gli seppe rifiutare, e parlandole con voce dimessa e carezzevole, le disse:—voi siete una santa.
—No, no, Massimo, protestò essa, ridendo, mentre le lagrime, a stento trattenute, scendevano a inondarle il viso.