—Cosa ti passa per la mente? torna in letto, sii buono.
—Orbo ti dico, se è vero che questa è una finestra aperta e non un armadio: orbo, se è vero che quest'aria calda vien dal giardino e non dalla bocca di un forno; orbo, se è vero che il mio naso sente un gran profumo di fiori e di piante resinose, mentre io non vedo una saetta. Avete un bell'ingannarmi, ma son tre giorni che nutro questo sospetto. Era troppo il buio, qua dentro. Non bastavano le imposte chiuse, le fasciature, le vostre ciarle, le fanfaluche della Russia a fare questo buio maledetto… Oh, oh: questa è la finestra aperta, queste sono le frasche della glicina: questo è l'odore del pino e dell'erba tagliata. Il naso c'è, zio Massimo, ma io non ci vedo un accidente, nulla vedo, come se fossi chiuso nella scatola d'un cappello. Che il barone mi abbia portato via gli occhi?—
Sentendo a questo punto entrare donna Vincenzina, drappeggiandosi alla meglio nelle coltri, che trascinava come un paludamento, le disse:—Guarda un po', madrina, quel che hanno fatto de' miei occhi. Se io ci avessi qui due capocchie, ci vedrei di più!
—Che cosa dici, figliuolo? i tuoi occhi son belli e sani come prima.
—Sani e belli, ma io non ci vedo. Vi giuro che non ci vedo—ripetè con più voce, alzando le braccia e brancicando nello spazio per afferrarsi alle cose.—Chiamate subito quell'animale di dottore che mi ha rovinato. Altro che guarigione: questa è la cassa da morto inchiodata e ribadita.
—Non dir così. Sarà lo stato di debolezza—disse lo zio.
—O il molto sangue perduto—aggiunse affannosamente la mamma.
—O uno scherzo della polvere da fuoco… commentò il giovane con acre ironia.
—E se ti rimettessi in letto?
—C'è Andreino?