—È uscito, non può tardar molto.
—Bene, non ditegli nulla. Chiudete ermeticamente la finestra in modo che non entri il minimo filo di luce e lasciate parlare a me:—Dreino, Lolò, dove sei tu?—cantarellò mentre cercava di raggiungere a tentoni il letto, annaspando come se giocasse a mosca cieca.
Quando, aiutato dallo zio, sentì il molle delle coltri, vi si rannicchiò, mentre Andreino entrava nella stanza.
Ezio sentì il suo passo prima che gli altri avessero il tempo di parlargli:—Dreino, vien qua: fa chiudere bene quella benedetta finestra. Mi è caduta la benda e ogni po' di luce mi abbaglia la vista.—
Andreino in buona fede corse a chiudere le imposte.—Più ancora, più ancora: non sto bene che nel buio. Chiudete anche l'uscio…—E quando sentì che tutto era sbarrato come una prigione, stese la mano all'astuccio dei zolfanelli, che stavano sul tavolino, e strofinando un cerino se lo tenne acceso davanti agli occhi come una candela, finchè non sentì la fiamma attaccargli la punta delle dita.
Fu un mezzo minuto di triste silenzio nella camera, mentre la fiamma rischiarava il volto dell'infermo, pallido, irrigidito nei tratti, in cui gli occhi fissi in una vitrea immobilità parevano aver perduta l'anima.
—Buona notte, sonatori: sono orbo!—e lasciò cadere pesantemente sul cuscino la testa che rimase come un pezzo di marmo.
—Tu ti spaventi per nulla, figliuolo.
—Ora sentiremo il medico.
—È un effetto della debolezza