Il non dormire la notte accrebbe questo stato di vane apprensioni. Ezio poteva essere stato ucciso, ma Ezio era pur sempre vivo nel suo cuore. Il non poter parlare di lui colla gente non impediva che essa non ne parlasse con sè stessa; a poco a poco divenne questo il suo pensiero dominante, come una luce fissa accesa nel mezzo d'una grande oscurità.
Di notte balzava a sedere sul letto scossa ancora da quella voce che l'aveva chiamata la prima volta ch'era arrivato il doloroso telegramma, una voce lamentevole, ma chiara, che chiamava:—Flora… Flora.—Al punto che essa scendeva fino all'uscio e stava a sentire, se mai fosse la mamma che la chiamasse così.
Se avesse pregato che la conducessero per carità a vedere l'infermo, non poteva aspettarsi che una risposta.—A che pro? e con qual pretesto?—avrebbero detto:—Ezio aveva bisogno di quiete. Dacchè essa apparteneva a un altro uomo, meno ancora di prima poteva invocare le ragioni dell'amicizia e dell'umanità. Nè a chiedere quel che le sarebbe stato crudelmente negato si rassegnava più il suo orgoglio, che si sentiva già prigioniero e quasi incatenato dalle meschine convenzioni: e allora si domandò se non poteva andar senza permesso. Il viaggio non era lungo. Partendo la mattina, essa poteva essere di ritorno la sera stessa. Non aveva nulla a recare, nulla a chiedere, ma voleva soltanto vedere la verità, quella verità che fa tanto più paura quanto più si presenta vestita in panni non suoi.
Fece un breve studio sull'orario delle corse e vide che, partendo la mattina col battello delle sei da Cadenabbia, poteva essere a Lugano per le nove e di ritorno al Castelletto sull'imbrunire. Prese con sè una valigietta in cui pose un libro, un pezzo di pane e una tavoletta di cioccolata, ma si accorse di non aver denaro: nè volle chiederlo alla mamma. Scrisse un biglietto a Regina in cui la pregava di recarsi subito al Castelletto: «Dirai alla mamma che son partita per Lugano, ma tornerò stasera. Non stia in cattivi pensieri per me».
Uscì di casa poco prima delle cinque, mentre era ancora tutto quieto alla riva e nello strade, e si avviò verso Cadenabbia.
Quando fu davanti al fornaio, su cui aveva già fatto i suoi conti, entrò nella bottega e chiese in prestito al padrone dieci lire in piccoli biglietti.
—Dove va a quest'ora fresca, contessina?—chiese il padrone.
—Vado su verso Menaggio per alcune compere… C'è qui un ragazzo che voglia portare questo biglietto subito alla Regina di Bortolo?
—Ci deve andare per il pane.—
Camminando lesta, fu a Cadenabbia prima dell'approdo del battello. A Menaggio trovò pronto il treno e montò in un vagoncino di terza classe, dove non c'erano che tre o quattro guardie di finanza.