Si rincantucciò, si raccolse e per tutto il tempo che il treno sbuffò su per le rampe del monte, non tolse mai gli occhi dallo specchio fermo del lago, che si dilatava a' suoi piedi. La mattina era nitida, ma prometteva una giornata calda e senz'aria.
A Porlezza discese dal treno e risalì sul battello, prendendo posto fra le ceste e i colli che ingombravano la punta di prua. Fatti i conti, s'era accorta che le dieci lire erano scarse per viaggiare in prima classe: c'era quasi pericolo di non averne abbastanza per il ritorno. Ma a questo avrebbe provveduto la zia Vincenzina. Vicino a lei sedevano altre donne coi canestri sui ginocchi, si radunavano operai e pescatori, chiocciavano le galline nelle gabbie, i discorsi comuni della gente si mescolavano ai comandi del capitano e alle voci dei battellieri che gridavano le stazioni.
Seduta su di un fascio di grosse corde, sotto il suo cappelluccio schiacciato sulla testa colle tese rovesciate per assicurarlo contro il vento, Flora, sorpresa di sentirsi così tranquilla e convinta, come se andasse a compiere un dovere naturale, fissava il punto lontano dalla sua meta, affrettando col desiderio il momento d'arrivare.—La mamma—pensava—riceverà il mio biglietto prima di alzarsi. Stasera mi sgriderà, naturalmente, ma poi mi perdonerà. Perchè io sola non devo sapere quello che tutti sanno? Quando vedrò che l'opera mia è inutile, tornerò a casa, non ci penserò più, sposerò Cresti, farò tutto quello che vorranno.—
Pensare non è la parola precisa. Era piuttosto un passar rapido di immagini, d'impulsi, di sgomenti, di riflessioni, che viaggiavano con lei, ma di cui essa non era padrona.
Giunta a Lugano, quando fu dalla folla sospinta fin quasi nel mezzo della piazza del mercato, chiese a una fruttaiola la strada per andare a villa Elvetica.
La donna non aveva mai sentito nominare questa villa, ma una guardia di città insegnò alla signorina il modo di prendere il tramwai della stazione che l'avrebbe condotta a pochi passi dal luogo. Così fece. Tutto andava bene come se fosse guidato da una mano benevola.
Dieci minuti dopo, il conduttore le indicava la villa sopra un poggio in fondo a una salita battuta dal sole. Ringraziò, discese e prese la sua strada, provando ai primi passi un senso di debolezza: ma si ripigliò subito.
L'ora si faceva già calda e il bianco della strada riverberava già la vampa cocente di quel sole, che prometteva un'altra giornata di bel tempo. Il cancello della villa era aperto ed essa entrò liberamente sentendosi tutta consolata dalla freschezza delle ombre e dei viali oscuri che salivano alla casa. Una volta si fermò ad asciugarsi la fronte, per ricomporre i capelli scompigliati dal vento, accomodò il cappellino di paglia, che aveva perduto le sue penne e fattosi cuore, disse a sè stessa:—ora ci sono: botte non me ne daranno.—
E per non lasciarsi avvilire da quella debolezza che l'aveva presa alle gambe, provò a ridere di sè e dell'ombra sua che, allungandole sul terreno la persona stretta nel suo giubbetto leggero, e dilatando le tese del suo cappelline, le faceva la figura di un giovine prete lungo lungo. Veramente la scappata era più da studente biricchino che da teologo, e chissà? chissà che cosa avrebbero detto di lei a casa la mamma, il rigido Cresti, la beata Regina, la Nunziata… E che sorpresa per la zia Vincenzina di vederla arrivare in quel modo…. Ma comunque la volesse andare, adesso era qui, stava per rivederlo dopo un secolo che non lo rivedeva, gli avrebbe parlato, ed egli avrebbe dovuto almeno ringraziarla della sua carità. Oh non gli chiedeva nulla nulla; un «grazie» un «addio Flora…» un… «poverina che sei venuta con questo caldo…» e poi sarebbe tornata a casa tranquilla com'era venuta.
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