La sera del giorno successivo i nostri viaggiatori arrivavano a Villa Serena. Andreino aveva mandato avanti un telegramma a Cresti che avvisò le persone di servizio e fece aprire la casa. Per evitare a Ezio il su e giù del battello a vapore, ad Argegno avevano presa una barca con due buoni rematori che in breve tempo li portarono alla punta del Barbianello, dove giunsero sull'ora d'uno splendido tramonto.
La vecchia Bernarda, che non aveva quasi più lagrime per piangere, quando vide dalla punta spuntare la barca e riconobbe le persone, come se vedesse venire non una barca ma un mortorio, esclamò:—Povero il mio Ezio! ha fatto bene la sua mamma a morire.—
Il Cresti, che passeggiava da un'ora coll'orologio in mano, inquieto, colla febbre indosso, al cenno che Andreino fece da lontano col fazzoletto, vide farsi oscura l'aria. Amedeo e il vecchio Giosuè, che spiavano dalla terrazza della darsena, si mossero dicendo:—Son qui.—
Cresti non aveva detto nulla al Castelletto di questo ritorno per risparmiare a quelle donne la tristezza del primo incontro. Le cose eran andate in modo che egli non sapeva nulla del viaggio di Flora a Lugano e credeva che la fanciulla ignorasse la disgrazia toccata ad Ezio. Ma Flora, alle prime mosse aveva saputo strappar la verità di bocca ad Amedeo che il Cresti volle condurre alla villa per avere un aiuto pronto e intelligente. Prima che la barca uscisse dal Barbianello, Flora era alla casa di Regina al torrente.—Accompagnami—le disse—non possono tardar molto. È inutile che mi facciate dei misteri. So tutto.—
Regina mormorò qualche parola di commiserazione e uscì con lei. Per non lasciarsi vedere da Cresti, che avrebbe potuto mandarle via, le due ragazze si trattennero in disparte dietro il casino svizzero, da dove, senza essere viste, potevano dominare il lago.
Flora era delle due la più tranquilla. Mentre Regina non poteva frenare le lagrime e cercava di soffocare i singhiozzi nell'angolo del suo grembiule, la figliuola del colonnello Polony guardava fissa innanzi a sè come forse aveva spiato suo padre dall'alto del poggio, cinque minuti prima di comandare l'ultimo assalto.
La barca approdò non alla darsena, ma alla riva aperta, a' piedi della scala. Andreino saltò per il primo a terra e porse la mano a donna Vincenzina. Cresti, Amedeo, Giosuè scesero loro incontro: ma nessuno seppe trovare la parola che valesse a rompere un silenzio così doloroso. Aiutato da Massimo e da Andreino, Ezio, che nel toccare la soglia di casa sua sentiva venire incontro tutte le belle cose della sua giovinezza, discese dalla barca, si fece dare il bastone e quando gli parve d'essere orientato, disse:—Lasciatemi, ora son pratico.—
E venendo avanti col passo misurato e cauto del cieco, raggiunse la rampa della scala, sentì sotto la mano il ruvido della cinta e cominciò a salire.
—Son fioriti gli oleandri—disse quando fu in cima, dove si fermò un istante colla faccia rivolta verso la stesa del lago di cui sentiva l'ampiezza aperta ed il mormorìo pieno di seduzioni. I parenti seguivano a pochi passi di distanza colla stanchezza di chi torna da una battaglia perduta. Cresti non vedeva gli scalini, tante erano le lacrime che gli velavano la luce.
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