Seguirono giorni di pena, di ansietà, di paura. Ezio mostravasi calmo, quasi rassegnato: ma non c'era da fidarsi. Don Andreino, scrivendone al Bersi, non nascondeva le sue preoccupazioni: «Se egli non me lo avesse già dato ad intendere a chiare parole, basta conoscere il carattere di Ezio per ritenere che un giorno o l'altro troverà un estremo rimedio a questa estrema sventura. Nessuno potrà impedirlo: quasi sto per dire poco cristianamente che non si oserebbe dargli torto.
«Ora sta sistemando le cose sue, vuol pagare i suoi debiti, ordinare le carte di suo padre, preparare un testamento. A sentirlo parlare con tanta freddezza ti fa gelo al cuore. Vi son parole di conforto per questi mali? io non ne so trovare.
«Anche mia zia, la marchesa di Villamare, è cieca da dieci anni: ma ce n'est pas la même chose. La marchesa ha settant'anni e dopo aver adoperato assai bene i suoi bellissimi occhi s'è data al buon Gesù. Ezio è un agnostista (uso la parola che il Brunetière adopera in un suo stupendo articolo della Revue des deux Mondes) e a ventiquattro anni non manca il coraggio di morire. Le gest est beau.»
La Bernarda ebbe presto motivo di persuadersi che questi sospetti non erano infondati.
Un giorno, mentre stava accomodando la biancheria, vide entrare nella stanza Ezio, che in pochi giorni aveva riacquistata la pratica della casa. Dopo aver toccato i vari cassetti dell'antico scrigno di mogano, fece scattare un battente e ne ritirò una cassetta di cuoio. Apri l'astuccio, palpò, carezzò colla punta delle dita le canne lucide e brunite delle pistole mollemente tuffate nella loro custodia di velluto, ne levò una piccola rivoltella di cui fece scattare rapidamente il grilletto….
La povera donna fu lì lì per corrergli addosso e strappargliela di mano, ma si trattenne, vedendo che il giovine rinchiudeva l'astuccio, collocava questo di nuovo nello stipo, ne ritirava la chiave, mormorando qualche parola secondo l'abitudine che aveva preso di parlare con sè stesso, quando sapeva di esser solo, quasi per un bisogno di ritrovare nel buio la sua personalità.
La vecchia domestica raccontò quel che aveva visto a donna Vincenzina, che ne parlò a Massimo e a Cresti. Che si doveva fare? mettere a fianco del giovine una persona che lo seguisse in tutti i passi non era possibile, perchè Ezio aveva dei momenti di cupa sofferenza in cui non voleva nessuno accanto a sè: e a questi succedevano ore di non meno cupa oppressione morale, durante le quali rimaneva disteso sul letto in una muta tetraggine che non sempre le lagrime riuscivano a rompere.
Se una vigilanza era possibile di giorno non era egualmente facile di notte, se anche si fosse trovata la persona capace di assumere un incarico così pericoloso.
Se ne parlò a lungo col Cresti, ma il signor Cresti aveva già troppi pensieri suoi, perchè potesse consigliare o sacrificarsi. Il matrimonio con Flora era stato fissato per la metà o per la fin d'ottobre e allo sposo stava a cuore che il Ravellino per quel tempo, lavato e ribattezzato in Villa Flora, fosse discretamente in ordine almeno nelle sue stanze principali.
La terribile disgrazia di Ezio aveva gettata un'ombra di cattivo augurio sulla felicità del solitario del Pioppino; ma alla fine bisognava che tutti si facessero ragione. Ezio non era mica un suo parente e bisognava anche dire che era andato a cercarla col lanternino. Giudicando dalle apparenze, anche Flora per la prima pareva persuasa di questa necessità. Tutto era possibile tranne il tornare indietro. Se il buon Dio avesse voluto con un miracolo ridonare la vista al cieco, Flora non poteva raccogliere l'eredità di uno scandalo. Tra lor due c'era oggi un orgoglio ferito che non si poteva più medicare, e l'orgoglio divide più della morte.