—Tu hai ragione, mamma.—

Pareva persuasa di queste ragioni: ma scrivendone di lì ad pochi giorni a Elisa d'Avanzo essa tornava a girare ancora intorno alla sua dolorosa idea: «Dicono che se Ezio avesse la fede delle nostre madri e la nostra, troverebbe la forza di sopportare la sua sventura: e per invocarla questa fede la zia Vincenzina ha fatto celebrare un triduo alla Madonna del soccorso. Ci siamo andato ieri per la prima volta sull'albeggiare, e ho cercato di portare lassù quanto c'è di meno cattivo nell'anima mia. La buona Regina mi persuase ad accostarmi alla Santa Comunione e volentieri seguii i consigli di un'anima semplice per mettermi anch'io in quello stato di semplicità che provoca la grazia. Ho bisogno di tutti i soccorsi del cielo, mia cara, perchè questa povera testa non afferra più certe ragioni e non sa più che cosa credere e che cosa pensare. Che faccio io per salvare un'anima in pericolo? Ora egli parla di stabilirsi in un suo fondo del basso milanese, dove potrà, dice, attendere all'amministrazione delle cose sue, vivere in pace, solo, senza dar noia a nessuno: ma tutti sentiamo ch'egli cerca i mezzi per meglio ingannarci e che il suo viaggio sarà ben più lungo e più triste. E intanto mi parlano di nozze…»

La mamma se la vedeva spesso comparire in camera, di notte, pallida e agitata perchè diceva di aver udito un colpo nell'aria dalla parte di Villa Serena. Le prime volte che aveva tentato di varcare il cancello della villa dopo il suo incontro con Ezio, s'era sentita respingere da una forza invisibile. Il suo cuore era diventato un garbuglio di sentimenti, di desideri, di paure, di sgomenti, in cui non sapeva raccapezzarsi. Una specie di ripugnanza fisica urtava collo spirito avventuroso del suo carattere. Temeva di essere avara o crudele con un poverino così disgraziato, ma non vedeva in qual modo avrebbe potuto essere pietosa. Ora l'idea del suo matrimonio con Cresti le si presentava come un grottesco assurdo, ora rifugiavasi in questo destino con un senso di sollievo, cedendo volentieri al dovere, come chi approda su uno scoglio che salva da un naufragio.

Una mattina la zia Vincenzina le mandò a dire che aveva bisogno di parlarle. Venisse subito per una comunicazione urgente, ma non dicesse nulla per ora alla mamma.

Il giorno prima Ezio s'era fatto condurre dai barcaiuoli a Lezzeno in cerca di un vecchio notaio Morelli, che aveva goduto la fiducia del babbo, ed aveva avuto con lui un lungo colloquio.

Ora il notaio scriveva con riservatezza, per avvertire la signora Bagliani, che il giovine aveva dettato un vero testamento, come se fosse alla vigilia della morte. All'Istituto dei ciechi poveri di campagna aveva lasciato il grosso della sua sostanza, cioè le rendite del suo fondo di Brentana: una somma era destinata per la pubblicazione delle memorie di suo padre: venti mila lire come regalo di nozze a Flora Polony, oltre a molti altri ricordi e regali a parenti e ad amici.

Il buon notaio sentiva il dovere di rompere in questo caso i suggelli della circospezione professionale, perchè gli era parso di comprendere che il disgraziato giovine meditasse un sinistro proposito. Vedessero i parenti quel che si poteva fare per salvarlo.

La zia Vincenzina prima ancora di parlarne a Massimo e a Cresti, seguendo un segreto istinto del cuore, aveva voluto discorrerne a Flora, in cui sentiva una naturale alleata.

La fanciulla giunse alla Villa verso lo due, e dal vialetto dei carpini fece seguo alla Bernarda che corse ad avvertire la signora. La zia disceso subito e risalendo colla fanciulla il giardino, le diede a leggere la lettera del notaio e si consigliò con segreta ansietà su quel che si doveva fare.

Flora lesse e impallidì: però dopo un istante, senza smarrirsi, riprese:—Lasciami questa lettera, zia, gli parlerò io. Sì, sì, gli devo parlare. Non si può abbandonare un'anima che soffre. Non c'è nulla che vale più d'un'anima. Dov'è? andiamo subito da lui: forse ho già tardato troppo.—