Una volta la mano cadde sulla testa di Flora e vi si fermò nel fitto e caldo volume dei capelli.—O Flora, o mia povera Flora, che bene che mi fai. Tu mi scaldi la mano e il cuore. Resta, resta, tu sei il mio sole… Non ti ho mai veduta così bene come ti vedo ora. Come sei bella, Flora!
—Mi giuri che non ti farai del male?
—Sì per te, soltanto per te, lo giuro, Flora.
VII.
Verso la luce.
Una sera donna Vincenzina, sentendosi dei brividi nelle ossa, andò a letto più presto del solito. La notte i brividi divennero febbre, che crebbe sul mattino forte e ardente. Le sensazioni troppo violente dei giorni passati dovevano avere il loro contraccolpo nel suo temperamento non abituato alle fiere battaglie della vita.
Il dottore, chiamato d'urgenza, giudicò il caso non gravissimo; ma avvertì di stare in guardia contro i pericoli di una febbre infettiva.
Due giorni dopo si dichiarò il tifo, con tutti i suoi sintomi di coma e di delirio.
Non essendovi a Villa Serena una donna giovine che potesse assistere la malata, nè potendosi far molto conto sopra la povera Matilde e meno sulla vecchia Bernarda, Flora trovò che il suo posto era accanto al letto della zia, e nessuno osò contrastarla.. Per tre settimane, quanto durò il primo periodo del male, quasi non si tolse il vestito da dosso, ritrovando nella sua energia, non solo la forza di assistere la inferma ma anche quella di far andare la casa in modo che ognuno avesse il suo posto e il suo da fare. Massimo restò fin che gli parve di non essere d'impedimento: e fu un bene, perchè intorno a lui si raccolsero gli altri come intorno a un capo di famiglia.
In quest'improvviso sconcerto, nell'apprensione comune, Ezio dimenticò alquanto sè stesso e cercò di farsi dimenticare. E nell'alternativa di bene e di male, di speranze e di timori, che formavano la vita di quelle dolorose settimane, seguì un tempo di tregua salutare per lui e per tutti gli altri. Lo stesso Cresti che veniva sempre a chiedere notizie della malata non osava pensare alla sua felicità.