—È sorprendente, Flora. Io comincio ora soltanto a capire che cosa è la musica. Ho sempre creduto che la musica fosse quella scritta sulla carta e mi accorgo invece che l'abbiamo in noi. Con un po' più di pratica meccanica spero di far dire al mio violino delle grandi cose. Capisco come Orfeo movesse le pietre e le piante; è una cosa divina, una cosa che fa quasi paura.
Flora, quando la zia cominciò ad aver meno bisogno di lei, saliva spesso alla grotta per riaccompagnare il cieco in una passeggiata attraverso ai campi, lungo le siepi e intanto raccoglieva un mazzetto di fiori per la sua malata.
Ezio imparò a «vedere i fiori nell'erba». Colla mano leggera toccava la riva erbosa e sceglieva la margherita e il bottone d'oro, il ranuncolo, il timo silvestre, la menta con una delicatezza prodigiosa di tocco.
—E dire che io son sempre stato un grande ignorante in fatto di botanica! e non c'è nulla di più bello di questi fiori naturali che la terra offre per nulla. Mi piacevan tanto quand'ero bambino e che venivo colla povera mamma a passeggiare sui monti. Me li ricordo quei bei fiori di allora… Li vedo tutti come tanti occhi che mi guardano con tenerezza infantile.—
Flora potè accompagnare il povero cieco in passeggiate sempre più lunghe per sentieri diversi nel fitto delle erbe di mano in mano che al venire avanti dell'ottobre anche la stagione si attenuava in una specie di tenera stanchezza.
Il sole entra con minor vampa nella trasparenza della vegetazione più rarefatta, in cui qualche foglia già rosseggiante nel verde accenna a un primo declinare dell'anno. Giornate non troppo lunghe animate da brezzoline settentrionali passano con luminosa freschezza sulle acque del lago, in cui i colori del cielo si smorzano in flutti che sembrano foglie di rose bianche. Le vette dei monti spruzzate dalle prime nevi ricevono al mattino la dipintura rosea del sole che ristora e stanno, se si può dire, quasi a ridere di gioia sotto il velo d'un cielo trasparente e senza fondo. Il rosso carmino delle aurore e dei tramonti urta e si mescola al bel verde smeraldo dei prati innaffiati ogni notte dalle larghe guazze e col grigio dell'acqua che sente già i tremiti paurosi dei venti freddi.
Contemplavano insieme questi spettacoli dagli alti gioghi, ove Ezio amava inerpicarsi o dagli aperti sagrati delle chiesuole sparse pel clivo, dove rimanevano a riposare. Ezio vedeva attraverso alle parole di Flora come dentro a cornici aperte per quella virtù di evocazione che suscita le luminose visioni dell'artista.
Una volta (era verso il tramonto di una giornata serena e mite) sentendo suonare una campanella, si lasciarono condurre dal bisbiglio e dal rumore degli zoccoletti a entrare in una di quelle cineserie che il sole bacia per ultime, mentre le case del villaggio si oscurano nella sera e si avvolgono nel fumo delle cene. Quattro muri chiudono un rozzo altare davanti a cui una povera lampada arde della fede di tanti cuori. La scienza non è mai salita fin lassù, e il dubbio, se mai vi passa stanco e perduto, si arresta volentieri a riposare sulla porta. Entrano le vecchie donne e i coloni che hanno finito di lavorare e quasi di vivere, insieme al rumore delle zoccolette che hanno corso tutto il giorno dietro alle capre: e a quell'unica fiamma d'olio che contrasta coll'ultimo raggio di sole, dietro a una voce che invita seguono le altre a rispondere il rosario in cui di umano e d'intelligibile non c'è che il sentimento che l'ispira. Poi quella stessa voce intona una litania e tutte le altre cantano, nell'ombra crescente, mentre al dondolare della lampada par che escano ombre ed immagini dal rozzo intonaco dei muri.
Ezio quella sera era in vena di cantare e provò a mescolare anche la sua alla voce delle donne e dei ragazzi. Non l'aveva mai fatto in vita sua, nemmeno da bambino le poche volte che la mamma l'aveva condotto in chiesa: più tardi aveva creduto che il cantare in chiesa fosse il teatro dei contadini che mescolano al profumo dell'incenso troppo odore di prossimo selvatico. Ma quella sera i suoi nervi affievoliti furono improvvisamente scossi da una soave pietà per tutte quelle anime che, sprigionandosi dai rozzi corpi, s'armonizzavano in una cantilena che per le finestre aperte usciva a spandersi per il cielo.
Tornarono a casa un po' tardi quel giorno, mentre già usciva qualche stella; e per tutta la strada non si dissero una parola.