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Ai primi di ottobre ebbero luogo le fauste nozze di Amedeo e di Regina, alle quali Flora non potè assistere come aveva promesso. A stento trovò un quarto d'ora nella giornata per correre a salutare e baciare all'imbarcadero la sposa, che partiva per un breve viaggio di due giorni fino a Locarno e alla Madonna del Sasso, dove aveva promessa una «divozione». Erano alla riva Bortolo, Maria Giulia, la zia Maddalena, il parente dell'osteria del Gallo, dove s'era celebrato il modesto pranzetto, don Malachia che li aveva benedetti, gli amici barcaiuoli che avevano diviso con Amedeo i trionfi delle regate, le compagne della sposa e una piccola folla di gente del paese, che prendevano parte alla gioia di quei due ragazzi come se fosse la gioia di ciascuno e di tutti. Amedeo vestito di nuovo con una giacchetta di panno nero, su cui spiccava una lunga cravatta celeste, aveva l'aria imbarazzata e confusa di un monello colto sul fatto di una bricconeria, schivava gli occhi degli amici che tentavano di abbracciarlo, e per darsi un'attitudine seguitava a mordere ed accendere un bel sigaro nuovo che gli aveva regalato il signor Cresti in un elegante astuccio di cuoio. Regina in un vestito di pannino grigio su cui il suo bell'oro giallo faceva una stupenda figura con nulla in testa, e per tutto bagaglio uno scialle sul braccio e una valigetta in mano, si lasciava carezzare, baciare e stringere da tutte le donne, da tutte le ragazze che la invidiavano senza rancore. Era un pò pallida per le molte emozioni e per la stanchezza delle ultime giornate, ma gli occhi sereni e aperti lasciavano vedere fino in fondo la sua felicità resa sicura dall'inconsapevolezza e dalla piena fiducia nell'uomo a cui aveva detto di sì.

Nulla sarebbe stato più fuori di luogo e avrebbe fatta una più bella figura barbina di chi fosse venuto a citare a quei due figliuoli un aforisma sulla vanità delle cose e su la tristezza della vita. Oh sapevan ben essi che cosa fosse la vita, meglio di qualunque filosofo! una citazione amara e pessimista non avrebbe potuto intaccare tale felicità più che la punzecchiatura d'una mosca possa intaccare una statua di bronzo. La loro vita era così ben fusa e così ben colata negli affetti naturali che potevano senza timore affrontare le inclemenze dell'aria e le follie delle stagioni sicuri di acquistar nel tempo, che rode le macerie, anche uno smalto di più sicura bellezza. La natura non teme sofismi.

Mentre aspettava il battello che venisse a portarli via, Regina scorse in una lancetta la signorina Flora che fece un segnale col fazzoletto. Ai remi sedeva Ezio, il povero cieco, che destò un bisbiglio di compassione in tutti i presenti. La sposa si sciolse dalle compagne e scese a riva incontro alla contessina, che saltò a terra e se la prese tra le braccia.

Regina ebbe appena il tempo di nascondere la faccia nel seno della buona amica, perchè un improvviso colpo di pianto le schiantò il cuore.

—Taci, non piangere—le sussurrò Flora.—Non farti sentire, non farti vedere a piangere per me, non c'è ragione. Dio c'è per tutti, specialmente per i più infelici. Vedrai che Iddio mi aiuterà e preparerà anche a me qualche compenso. Tu non cessare di pregare per me, per lui… per tutti. Ho bisogno che Egli compia un miracolo e che mantenga in me la fede che muove le montagne, fa vedere i ciechi e camminare i morti. Guai se viene a mancare la fede a chi cammina sui flutti! si precipiterebbe tutti sul fondo. Pregherai?

—Sì, sì, tutte le volte che mi sentirò più contenta—disse Regina, asciugandosi di nascosto le lagrime.

—Grazie. Io godrò di ogni tua ora felice, Regina. Salutami il tuo Amedeo e digli che non ti rubi troppo. Avrò forse ancora molto bisogno di te….

—Anche lei presto, contessina, farà questo passo. Voglio metterle io, in capo, il velo di sposa.

—Chi sa? l'avvenire è nelle mani di Dio: e non le facciamo noi le strade per cui si cammina. Non meravigliarti se le cose andranno per un'altra strada.—