Pioveva a dirotto quando Cresti la vide venire per il viale delle mortelle sotto un piccolo ombrello, che riparava a stento la testa, colle gonnelle raccolte sui fianchi per difenderle contro i colpi di vento.
A tutta prima stentò a riconoscerla: poi disse correndole incontro:—Flora? al Pioppino con questo tempo?
—Proprio io. Mi son fidata un po' troppo del tempo e l'acquazzone mi ha colta a mezza via: ma d'altra parte non potevo tardare—soggiunse correndo a ripararsi sotto il portichetto, dove depose in un cantuccio l'ombrello grondante e scosse la pioggia dalle vesti.
—Entriamo in casa dove faremo una fiammata. Ma che idea con questo tempo?
—Avevo urgente bisogno di parlarle, Cresti.
—Sarei venuto io stesso abbasso.
—No, ho bisogno di parlarle qui, in casa sua, senza testimoni.
—O diavolo, un affar diplomatico—soggiunse lo sposo, offrendole il braccio e guidandola verso il salotto. Quando furon nell'andito, abbassando un poco la voce, riprese in tono carezzevole:—Non si era rimasti d'accordo di trattarci un po' più in confidenza? che cos'è questo lei, che imbroglia tanto tutt'e due?—
Flora rispose con un moto del capo e con un freddo sorriso: ma Cresti capì che per quanto cercasse di farsi forza, la fanciulla aveva lo spirito agitato.
Il fuoco fu presto acceso. Cresti accostò una poltrona e invitò la fanciulla ad asciugarsi i piedi. Flora si levò il cappello e accomodò un poco colle mani la testa scomposta.