—Povera mamma! sento che io sono una cattiva figliuola per lei, come sono una cattiva amica per il mio buon Cresti, e una cattiva compagna per me stessa.
—Qualche volta sì—approvò con una punta di canzonatura il romito del Pioppino.—Ma veniamo al nostro caso. Per quanto il rimandare di qualche mese ancora quel che dovrebbe essere già fatto mi pesi un poco, tuttavia, per non dir di no alla zia, ci si potrebbe intendere.
Il Ravellino non è ancor pronto; ma sentiamo: ottobre, novembre…. bastano?—
Cresti tenne alzate le due dita aperte, agitandole nell'aria, poi riprese:—Possiamo far i conti almeno per la Madonna di dicembre?
—Non so!—rispose faticosamente la sposina senza togliere gli occhi dalla fiamma.
—Io non voglio, nè saprei essere un tiranno: ma ho pur bisogno di far i miei conti. Non parlo, s'intende, de' miei diritti e delle mie legittime impazienze; ma via, se la Riviera deve far bene anche a noi, giorno più giorno meno, non è quel che conta. Che cosa dice la mamma?
—Non sa nulla—rispose con tono asciutto e pauroso la signorina. Il segreto pensiero che l'aveva condotta a questo colloquio s'irrigidì quasi visibilmente nei tratti del suo volto pallido e stanco.
—Cioè…. intendiamoci—balbettò il pover'uomo che cominciava a non capire.—Questo viaggio sarebbe per caso un pretesto per… per…—
Flora si coprì gli occhi colla mano, in cui raccolse tutte le rughe della sua fronte dolente.
Cresti credette questa volta di capir troppo e s'impaurì. Che diavolo voleva dire questo improvviso scoraggiamento, questo parlar sibillino? Si smarrì, barcollò sulla sedia, si alzò, mosse un poco le mani in aria e chiese soffrendo:—Che c'è? non capisco… cioè temo di capir troppo. O Dio, Flora, m'inganno o è dunque vero, è dunque vero quel che io temo da un pezzo?