Fu ancora essa la prima a uscirne. L'uomo si sentiva così irrigidito nel male, che temeva quasi di dover spezzarsi e cadere in frantumi al minimo sforzo che avesse fatto per parlare. L'unica idea che gli andava al capo investendolo come una fiamma era quella che aveva già espresso colle parole: «Ho diritto anch'io a qualche rispetto…» Ma dai denti non usciva che un sibilo morto.

—C'è qualche cosa che è sempre più forte di noi, amico Cresti: e se il nome di Dio la offende in questo momento, ebbene la chiami pure fatalità: ma preferisco essere disprezzata e odiata piuttosto che avvilirmi ad ingannare la bontà d'un uomo giusto. Questa confessione non deve offenderla, Cresti, perchè ella sa che non è storia di ieri. Siam cresciuti quasi insieme, come fratello e sorella, Ezio ed io: insieme è cresciuta in me quell'affezione che ora si fa prepotentemente sentire e ch'è più forte di me e delle mie promesse. Avevo potuto rinunciare a lui quand'era superbo e felice: non posso abbandonarlo ora che è così misero. Amo il suo dolore. Io non ho cercato questi avvenimenti; lo sa: ero quasi superba d'aver rinunciato a lui; ma la fatalità fu più forte di noi tutti. Oggi quella pover'anima ha così bisogno di me che io non potrei essere d'altri senza rimorso e senza raccapriccio. È illogico? ebbene il mio buon Cresti non potrà accusarmi di egoismo e di grettezza di cuore. Sento tutto il male che faccio al mio vecchio amico: sento che non potrei in un modo peggiore ricompensare la sua devozione, il suo affetto: sento che per poco lo rendo il giuoco della mia volubilità: ma qui davanti a lui, nella sua casa, io non devo ragioni ad altri che a lui e non voglio essere quel che non sono.

Egli mi deve giudicare perchè appartengo più a lui che a me, ed egli conosce la storia del mio cuore più di quanto la conosco io stessa. So tutto il bene che perdo e non so a quale destino di miseri dolori mi consacro: ma oggi non posso abbandonarlo, no, senza esporre la sua anima debole e vacillante ai pericoli d'una nera disperazione. Dio mi ha messa nella mano un'anima e non posso allargare la mano. Un mio amico protettore mi offre amore, ricchezza, agiatezza, pace con decoro, per sempre: questo povero cieco non mi può offrire che tristezze. Per Cresti potevo essere più che una sorella, sarei stata una regina. Per Ezio… che cosa potrò essere? non so, non oso cercare. Non sarà Dio che parla attraverso al cuore, ma sento che una forza invincibile mi chiama a compiere questo dovere.

—Dovere?—mormorò con ironica meraviglia—non storpiamo i nomi più sacri.

—Il mio posto…

—E nell'assurdo.

—No, Cresti: nella sincerità.—

Era un'aspra sentenza in una dolce parola che veniva a cadergli sul capo. Illogico, assurdo o mostruoso, che valeva ormai contrastare a ciò che fatalmente era andato tanto avanti? Sincerità voleva dire partita perduta. Del resto, se tornava indietro col pensiero, quel che la signorina del Castelletto era venuta a dire non era interamente ignoto a lui che per molti anni aveva assistito al lungo e silenzioso aspettare di quell'amore. Più d'una volta aveva preso parte egli stesso ai dubbiosi dibattiti di quel cuore e aveva sofferto delle ingiurie che gli erano state fatte: ora non vedeva che avverarsi in un atto per lui mollificante, ma non imprevisto, le mille apprensioni, i mille oscuri sospetti, le segrete paure e le gelosie del suo stesso amore. Era dunque fatale che ciò avvenisse.

—E la mamma che dirà?—provò a chiedere.

Il colloquio fu interrotto dall'entrare di Angiolina che portava il caffè. Il padrone tolse di mano alla donna il servizio e colla minuzia dell'uomo ordinato e casalingo versò egli stesso il caffè e porse la chicchera alla signorina.