—E allora chiamami papà—disse confusamente il vecchio amico, stringendo fra le tozze mani annerite dal sole la fulva testa di Flora, a cui accostò il viso contratto e lasciò che la grande battaglia degli spiriti combattenti passasse tutta. Flora aspettò che la battaglia finisse, poi portò le mani dell'amico alle labbra e le baciò più volte.

Non parlavano più, perchè erano arrivati a quel punto di elevazione in cui la più piccola parola può rompere la serenità del bene, come basta un sassolino a smuovere una rovina nei declivi delle altissime rupi.

Si strinsero tre o quattro volte le mani in segno muto di pace, di promessa e di alleanza. Cresti promise come potè di scendere la sera stessa al Castelletto a persuadere la mamma e a dimostrarle che un mese di Riviera avrebbe fatto bene a tutti: e accompagnò la fanciulla smarrita che non trovava più la via di uscire fino al principio del viale, mentre, cessata la pioggia, un raggio sparso di sole veniva a battere sulle grigie muraglie.

Il tuono fuggiva morendo lontano nelle alpi e dai rotti del nembo uscivano lembi di sereno, da cui veniva una fresca brezzolina a scuotere le frasche grondanti dei pergolati.

Flora si voltò una volta ancora a salutare colla mano quando fu al cancelletto e scomparve. Egli rispose colla mano e si lasciò andare sui gradini del portichetto come uomo affranto da una inesprimibile stanchezza.

Era fatale che ciò avvenisse. Non avrebbe saputo dire nè il come nè il quando, ma da un pezzo il cuore gli andava dicendo che egli seguitava a camminare per una strada sbagliata. Flora aveva per lui della buona amicizia, della stima, della riconoscenza, ma tutte queste cose messe insieme e condite dalla migliore volontà non bastano ancora a fare un boccone d'amore.

L'amore vien dal lievito dell'anima. L'amore va solo anche senza il corteo delle venerate virtù, va al tristo, al povero, al malato, al mendicante, allo storpio, al cieco: ma non c'è catena che possa trascinarlo per forza. Amore sale dove la sua natura ignea lo porta, abbrucia tanto il palazzo di marmo, come la capanna di paglia: ma tu non puoi suscitare una scintilla in un cuore di ghiaccio.

Si mosse, col corpo indolenzito, come se uscisse dalle verghe. Si trascinò verso casa, rientrò nel salotto dove morivano gli ultimi tizzoni della fiammata nella cenere. Il sole entrava per le finestre ancora sgocciolanti di piova: ma l'aria pareva fatta scura, i mobili rimpiccioliti. Sulla tavola, presso il servizio di caffè era rimasto un piccolo guanto che essa aveva dimenticato, un piccolo guanto ancor pieno della sua mano, ch'egli raccolse e strinse nel pugno, portò alla bocca per strozzarvi il singhiozzo mortale che gli usciva dal cuore.

Aveva fatto un sogno. Amen!

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