A villa Serena non rimase che la Bernarda a custodire la casa. A poco a poco i balconi e i terrazzi si spogliarono dei loro vasi, le barche vennero chiuse nella darsena, le palme rivestite di paglia e gli ultimi scarsi soli d'autunno morirono silenziosi sopra i muri tristi e desolati.

Nè più liete scesero le giornate al Castelletto dove la signora Matilde rimase sola senz'altra distrazione che qualche visita poco allegra del vecchio amico del Pioppino, che dopo aver implorato e concesso un congedo a Flora, si faceva un dovere di venire con qualche giornale in mano a leggere qualche fatterello di cronaca o sedeva ad attizzare i primi focherelli nel caminetto per combattere i brividi crescenti dell'aria.

Quando arrivava qualche lettera dalla Riviera, la signora Matilde che aveva già mille ragioni d'essere malcontenta:—Ecco—diceva amaramente—tutta la sua famiglia è là. Avrei creduto che Flora avesse più cuore per la sua mamma e per gli amici.

—Il cuore c'è, poverina… provava a risponder il vecchio misantropo, accatastando fuscellini su fuscellini nella cenere—ma il cuore non ha l'obbligo di ragionare.

—Ha l'obbligo d'esser giusto. Che posto è il suo in quella casa? di dama di compagnia? di suora di carità? d'infermiera? di serva? e intanto non pensa che a casa c'è la mamma mezza malata. Io non avrei dato questo permesso, caro Cresti: lei oggi ha diritto di comandare e di volere.

—Ci vuol pazienza…—seguitava a ripeter lui con aria rassegnata: ma tutti coloro che erano abituati a vederlo passare prima, svelto come una saetta, si meravigliavano che in poco tempo si fosse fatto così secco ed appassito, fin trasandato nei vestiti, lui sempre così pulito ed elegante.

—Sento che morirò di questo dispiacere—diceva qualche altra volta colla sua querula cantilena la malaticcia signora, che cominciava a veder buio nell'avvenire. Cresti, in faccia a lei, si mostrava paziente e disposto a rimandare il matrimonio a gennaio, o anche a primavera: ma non ci voleva una straordinaria penetrazione per vedere che la pazienza di Cresti avrebbe avuto un limite e che al tornar dell'inverno si sarebbe ricaduti in una tremenda tristezza. Flora era una testa romantica, di quelle che non si arrestano davanti a nessuna poesia e a nessuna stravaganza: ed era anche naturale che Ezio nel suo egoismo, rincrudito ora dal castigo, trovasse comodo e bello d'aver vicino un aiuto in una così cara infermiera. Suo padre aveva anche lui trovato comodo e bello sacrificare una ragazza ancor giovine a' suoi umori bisbetici, calpestando i diritti d'un fratello. Fin che ci saranno uomini ci saranno egoisti: ma Flora aveva altri doveri: nè poteva ora dimenticarli: nè avrebbe potuto sposare un cieco: nè poteva rimanere a lungo in questa posizione assurda. L'unica sua giustificazione erano i suoi capelli che dicevano una testa esaltata, com'era stato suo padre, com'era stata la nonna Celina, tutta gente che si sarebbe fatta ammazzare per una idea fissa.

—Peggio per noi che ne abbiamo troppe di idee….!—soggiungeva malinconicamente il vecchio amico.

Questi tristi discorsi non facevano che lasciar indietro tristezze sempre più oscure, che andavano crescendo coll'accorciarsi delle giornate, coll'allungarsi dei crepuscoli, coi freddi preludi dell'inverno, che sul lago si fa annunciare non di rado prima del dì dei Morti con piccole burrasche di pioggia e di neve.

Il Ravellino era stato bruscamente chiuso, i lavori interrotti, gli operai mandati via, la roba lasciata là accatastata sopra i mobili fuori di posto: ed era bene che le nebbie scendessero folte tra l'una e l'altra riva del lago a togliere fin la vista di quella casa in cui troppe illusioni morivano di freddo.