«Per caso si chiama anch'esso «Morning star» Ezio si trova subito nel suo elemento e impara, nella varia distrazione e nella compagnia di persone così buone e intelligenti, l'arte preziosa di dimenticare quel che non serve più a nulla.

«Io resterò qui finchè la mamma verrà a prendermi, cioè non più tardi della metà di dicembre. Prima avrà luogo un avvenimento di cui ti dirò i graziosi particolari quando mi sarà permesso di farlo.

«Dopo non so quel che faremo, cioè, se torneremo al Castelletto o se resteremo qui tutto l'inverno, o se verremo a Torino a bussare al tuo uscio. Questa ultima sarebbe la mia proposta. Ho bisogno di lavorare per consolidarmi e per fortificarmi nella realtà. Sento che non mi manca nè il coraggio nè la fede: anzi, se devo essere sincera anche con me stessa, mi pare di aver trovato finalmente in me, la persona che prima era sempre fuori di casa. L'idea che potrei andar monaca ospitaliera o missionaria e stendere l'opera delle mie mani alle più lontane miserie mi esalta qualche volta con giubilo interiore come una poesia. Non sempre sono stata buona nella mia vita e ho bisogno di espiare qualche peccato d'inconsiderazione anche per la pace di chi ha creduto troppo in me. Ma non posso abbandonare mia madre. A lei devo rendere tutto quello che non le ho dato. Lavorando per lei, per rendere più agiata la mia vecchiezza, mi sembrerà di lavorare per il cielo. Tu mi devi aiutare. Cerca, cerca intorno a te una scuola, un'istituzione, una famiglia dove possa far fruttare quel poco che so.

«Tu, che hai potuto vivere così bene col tuo morto nel cuore potrai insegnare anche a me come si viva d'un dolce pensiero.

«Ora Ezio parla della eventualità ch'egli possa accompagnare questi signori americani in un lontano viaggio. Se don Andreino Lulli si lascia persuadere ad andare con lui, il viaggio potrebbe spingersi fino in America e durare parecchi mesi. Mi si parla anche d'una prodigiosa scoperta fatta di recente da uno scienziato di laggiù, certo dottor Gibbon, che guarisce di cecità coll'applicazione dei così detti raggi chimici. Le Riviste dei due mondi hanno discorso a lungo di questa meravigliosa terapia e può essere che anche questa volta la scienza trionfi della nostra incredulità e della crudeltà della natura. Se questo viaggio si farà, io l'accompagnerò col pensiero: ma nè i prodigi della scienza nè i miracoli di Dio potranno cambiare i nostri rapporti.

«Neque nubent!—è scritto sulla nostra bandiera, che procuriamo di tenere alta e asciutta al di sopra di questo mare agitato. Entrambi dobbiamo rispettare il nostro onesto orgoglio. Se un'umana dignità impedisce a lui di mendicare nel suo misero stato una limosina, un sentimento non meno dignitoso toglie a me di trasformare il padrone del mio cuore in un umile beneficato. Oltre il rispetto che devo a me stessa, mi salva il pensiero che deve un gran rispetto all'uomo innocente che ho condannato. Tu sai di chi parlo.

«Ti ha scritto ancora? ti ha confidato il mistero del suo cuore? povero Cresti; povero innocente! io non potrò mai trovare la parola che lo risani: ma digli che nel mio «convento» sarà sempre accesa una lampada anche per lui.

«Cresti mi ha insegnato a credere nella bontà degli uomini, una dottrina che ha così pochi maestri. Un uomo come lui ogni cento, e l'umanità non avrebbe bisogno di altri benefattori. Tu, che hai saputo consolare te stessa, saprai trovare anche per lui la parola che tocca e sana. Oh, non è colpa nostra se la bufera ci porta come le foglie d'autunno! E siamo foglie al vento tanto più leggere quanto più sottili e gracili sono le nostre radici nella terra. Ma la luce e il cielo ci attirano, cara Elisa…

«Ma io faccio delle eterne divagazioni come se fossimo in vacanza. Scrivo, scrivo, qualche volta senza capire io stessa quel che penso, colla furia di chi sta dipanando una grossa matassa, di cui si potrà fare poi quel che si vuole. Non ne avrai sgarbugliate mai di più difficili.

Ama la tua FLORA.