«P.S.—È arrivato stasera don Andreino irreprochable nel suo tout-de-même color «barbagliata» e pare che il viaggio per l'America sia deciso. Condurrebbero un cameriere che fu già altre volte a servire negli alberghi inglesi. Così tra il passato e l'avvenire metteremo la stesa delle acque. Il contino è sempre quel piccolo uomo inamidato che sai: ma non oso più ridere nè di lui, nè di altri, nè di nessuna cosa, dopo che ho visto quanta ricchezza di cuore può nascondersi sotto un plastron d'englisch fashion».

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Verso la metà di novembre Massimo Bagliani scriveva a Matilde Polony:

Carissima amica,

«Dodici anni or sono, credo, un giorno di ottobre bello come una primavera, io Le scrivevo una di quelle lettere che segnano una data storica nella vita di un uomo. Se ne ricorda? aprendole tutto il mio cuore, La pregavo allora di sapermi dire quel che di me pensava sua sorella Vincenzina e come sarebbe stata accolta una mia timida e rispettosa domanda.

«Molte, troppe dolorose vicende passarono su quella mia lettera, che appartiene ormai ai palinsesti, ed è inutile che io rifaccia qui la storia del mio lungo esilio, de' miei dolori e dei rancori, che mi tennero per questi dodici anni quasi diviso dal mondo.

«Ma la Provvidenza, alla quale da vecchio mazziniano impenitente continuo a credere, volle che io ritornassi a rivedere il mio paese e la tomba, dirò così, in cui stavano rinchiuse le mie giovanili illusioni. Non tutti i fiori sono seccati su questa fossa, e ora non so più resistere a cogliere quel bene che mi è stato per una via quasi miracolosa conservato. Vincenzina le avrà scritto su questo argomento meglio che io non sappia fare con questa penna strapazzata dai protocolli. Era possibile non rivederci più e dimenticarci per sempre: non era nè umano nè giusto che potessimo incontrarci senza ritrovare in noi le antiche disposizioni.

«Tra me e Vincenzina non scendeva che un tenue velo di errori e di falsi giudizi che non fu difficile rimuovere. Una grande sciagura ci sospinse più animosamente verso quella meta alla quale saremmo arrivati per una strada forse più lunga: ma ora la nostra parola è detta e vogliamo che anche il mondo la sappia.

«A togliere qualche ultima titubanza entra il pensiero che solo a questo patto potremo essere utili a Ezio, il quale senza di noi resterebbe senza asilo e senza conforto: e il poverino non ha tardato a dimostrarci la sua compiacenza. Egli troverà nella nostra casa la sua casa, nel vecchio zio un nuovo babbo che desidera soltanto di voler bene a qualcuno. Così, dopo dodici anni, si compiranno i sacri voti, ma non è men buono un vino che è rimasto dodici anni sotto terra. Il vino poi non può che migliorare per una lunga sete. È un romanzetto? è un idillio? una farsa onesta e piacevole? Lasciamo dire: è sempre bello quello che si deve fare.

«Dunque ci sposeremo. Non saranno nozze segrete; ma vogliamo una formalità molto semplice alla presenza di pochi intimi, in qualche angolo alpestre di questa incantevole spiaggia, dove sorga un solitario campanile in mezzo a una macchia verde, dove un modesto servo di Dio funzioni in una logora stola.