Era la prima volta che il Cresti passava le feste di Natale solo soletto. Gli altri anni aveva sempre accettato volentieri l'invito di questo o di quello. L'ultima volta s'era lasciato tirare volentieri al Castelletto da quelle signore…. Ma questa volta cento mila malanni l'avevano persuaso a non uscire dal suo nido di piccione selvatico.
Oltre a un languore inesplicabile e a una grande debolezza di gambe si era sviluppata un'affezione di fegato, che dava al suo volto il colore della tristezza. Non mangiava quasi più, quantunque le due ragazze facessero di tutto per stuzzicargli l'appetito con cosuccie tenere e saporite. Però l'umore dell'uomo non era cattivo.—Anzi è fin troppo buono—dicevano le due donne—ci fa quasi paura.
Il pensiero di dare dispiacere ai giovani sposi l'aveva indotto ad accettare l'invito e a scendere alla villa sul far della notte, quando gl'invitati eran già arrivati all'arrosto. Fu accolto con molti segni di gioia. Don Malachia, che stava bagnando il becco in un eccellente barolo gli andò incontro col bicchiere in mano; ma Regina volle aver l'onore di farlo sedere tra lei e Amedeo, mentre il vecchio Bortolo metteva un altro ceppo di castagno sul camino dell'ampia cucina, che si riscaldò e si ravvivò tutta d'una nuova fiamma scoppiettante.
Regina non era mai stata forse così bella come quella sera, quantunque soffrisse un poco, dolcemente, per l'affanno d'una prima maternità: ma i colori un poco stanchi e attenuati conferivano al suo volto di barcaiola una gentilezza e una mollezza quasi signorile. Gli occhi brillavano d'un'interna felicità, che non sapeva sempre nascondersi e sfuggiva dalle mani dell'istintivo pudore come un uccellino che batte le ali nelle mani d'un fanciullo.
Amedeo s'era messa indosso la blusa turchina delle Regate colle filettature bianche e in vita la fascia a rete con cui Regina aveva avviluppato il suo cuore.
L'amore di questi due figliuoli continuava a essere la cosa più semplice del mondo: e beati loro che non avevano ancora imparata l'arte inutile di complicarlo. Essi avrebbero potuto dimostrare che vero e unico creatore di bene è l'affetto, l'affetto naturale che scorre quieto, ma inesauribile, a portare i freschi ruscelli della vita, mentre la passione o è fiamma che dissecca o è un torrentaccio rovinoso che assorda, strascina, devasta; ma per dimostrar questa verità avrebbero dovuto studiar tutte quelle cose inutili che guastano quell'unica necessaria. Essi eran felici appunto perchè non sapevano di che cosa era fatta la loro felicità.
Alla torta si aggiunsero le castagne fumanti che Maria Giulia scodellò nella tafferia di legno. Al vecchio barolo si mescolò un nebbiolo dolce spumante; al ceppo fu aggiunta una manata di sterpi secchi e resinosi che fecero scoppiettare il camino come una fortezza.
Il nostro Cresti accettò e assaggiò qualche cosa, prese parte al brindisi che si fece in onore del futuro erede, applaudì a certi versi in dialetto rustico che don Malachia recitò sul tema: Che cosa è Amore.
Eran versi scritti da un antico compagno di scuola del prete, morto all'ospedale dopo una vita agitata di congiure, di combattimenti e di studi che gli avevano procurata qualche celebrità sui giornali di un tempo. Amore in quei versi di schietta vena vernacola era definito un angelo, un demonio, una furia, una carezza, un sospiro, una croce, una delizia, un fiato di Dio. La rima semplice e naturale che risonava con un accento di ironica malinconia sulle labbra del vecchio prete fece ridere la brigata: ma strinse un poco il cuore malato del nostro amico. Quella stessa mattina aveva ricevuta una lettera della signora Matilde da Torino in cui gli faceva gli auguri per le feste e gli dava qualche notizia dei parenti. Massimo era ancora a Parigi; Ezio in viaggio per l'America; Flora aveva cominciato le sue lezioni; tutti speravano che si sarebbe lasciato vedere anche lui qualche volta o a Torino o in Riviera.
Ma egli si sentiva malato, molto malato…. Mai il suo spirito era stato così pesante, così vuoto di volontà, così ottuso in tutti i suoi sensi.