—Bravo anche lei!…
I due personaggi si parlavano senza vedersi, perchè una specie di nube era improvvisamente discesa in mezzo a loro. A poco a poco Massimo potè in mezzo alla nebbia riconoscere una testa con molti capelli chiari, due grandi occhi chiari anch'essi, una figura di donna molto bella, forse ancor più bella d'una volta nella maestà matronale dei trent'ott'anni: ma vedere non è capire: tutta la forza del suo intendimento la concentrò nell'impedire a sè stesso di fare una cattiva figura.
Ezio e Cresti vennero opportunamente in aiuto. Entrarono in casa, fu servito il caffè nella bella veranda a vetri piena di ombre verdi e di fiori, ingombra di oggetti smaglianti, nel vago disordine dei mobili e nella mescolanza delle stoffe. La linea del lago si vedeva luccicare tra la chioma dei platani e la balconata in uno sfondo luminoso in cui passavano le vele gonfie di ritorno dal mercato. Nella buona compagnia e nella evocazione delle antiche memorie, molta gente morta e dimenticata fu chiamata fuori e rimpianta, si consultarono molti ritratti già sbiaditi nelle loro cornici, si ricordò la vita di Torino, di Novara, di Vercelli, i tempi eroici e i tempi romantici con una così buona volontà dalle due parti, che ricondusse il sentimento e la giovialità della giovinezza.
La nebbia che velava gli occhi si dissipò a poco a poco e i due antichi fidanzati si riconobbero. Essa era ancora la bella figura alta, bionda, d'una biondezza cenericcia, dalla fisionomia larga o delicata, dagli occhi quieti che parevano veder poco lontano e somigliavano alla sua voce per la soavità dell'espressione. Parlava scarso, in tono sommesso, svelando una natura sensibile fino alla paura, incapace d'imporsi e di affermarsi con una qualsiasi iniziativa, incapace ancor di più di volere e di non volere, di agire e di vivere per proprio conto. Ma appunto per tutte queste sue qualità negative Vincenzina era di quelle donne che son più di altre capaci di far la felicità di un uomo energico, che abbia bisogno di un'obbedienza assoluta come un cuscino di piume su cui riposare la forza dell'egoismo.
Camillo Bagliani era stato quest'uomo.
Dal giorno che con una violenza di passione aveva preso possesso di questa creatura, se n'era compiaciuto gelosamente come d'un bene dolce e arrendevole, che compensava gli acri umori del suo temperamento biliare e le asprezze della sua rapida decadenza fisica.
Vincenzina, donna di istinti semplici e primitivi, di nessuna resistenza sanguigna, come non aveva saputo opporsi all'egoismo di suo padre, aveva per dodici anni ceduto umilmente al suo dovere di moglie e di matrigna, portando nell'adempimento del suo dovere non sempre facile quella docile indulgenza e quella riservatezza che nega a sè stessa tutto quel che concede agli altri.
Adorata dal marito tiranno, aveva finito col conquistare anche la benevolenza e la stima di Ezio, che si avviava alla sua volta a essere un tiranno dispotico di deboli cuori.
Massimo ritrovò queste doti ancor fresche nella bellezza matura di sua cognata. Di mutato non trovò che la carnagione fatta d'una bianchezza un po' stanca che impallidiva di più sotto la massa dei suoi capelli più scoloriti. Ma gli occhi d'un grigio marino avevano ancora tutte le languidezze tenere e affettuose delle creature deboli che disarmano i forti.
Si fecero molti progetti per le vacanze e si stabilì che tutti sarebbero tornati a far colazione e a passare una giornata in compagnia.