—È sempre il paese di Dio…—proclamò lo zio—Gira e rigira, un pezzo di lago come questo non lo trovi in nessun sito. Mi par di ricominciare a vivere.

—L'Italia—volle aggiungere il Cresti—sarebbe senza dubbio il più bel paese del mondo, se potesse essere liberata dagli italiani.

—Non prestare delle brutte parole al più buono degli zii, vecchio selvatico, coltivatore di patate…—gridò Ezio, che lanciava di tempo in tempo un'occhiata all'orologio. I suoi modi erano lieti e cortesi, ma gli occhi no; gli occhi dicevano ch'egli non vedeva l'ora di andarsene.

—Pare che tra voi due sia guerra dichiarata—osservò lo zio Massimo.

—Uno di noi due è di troppo sulla terra..—disse il giovine.

I discorsi a poco a poco si mescolarono e si scaldarono al rumore delle forchette. Massimo aveva cento cose da raccontare di quei paesi di laggiù, della Bolivia, della Venezuela, dell'America centrale: e sentendo di essere ascoltato volentieri, si lasciava andare liberamente a discorrere, provando nella famigliarità dei cari parenti e degli amici il piacere e il riposo che prova il viaggiatore che può, dopo una lunga giornata d'incomoda carrozza, stendere e sgranchire le gambe in una buona poltrona.

Cresti fece una corte spietata a Flora. Lodò il bel vestito di mussolina a bolle bianche e celesti, lodò la collana di corallo, che faceva spiccare il candore marmoreo del collo; lodò le belle mani magre e lunghe, a cui non mancava che una cosuccia sopra un dito…

Mai il solitario del Pioppino era stato così eloquente e poetico; ma sentendosi in quest'assedio spalleggiato dalla madre, dalla zia, da Massimo, trovava nel vin bianco del suo amico Ezio un coraggio di cui quasi aveva egli stesso paura.

Flora stava a sentirlo senza turbarsi, senza ridere, senz'arrossire, senza rispondere, con una impassibilità che poteva parere attenzione:—Perchè Ezio non osava guardarla? perchè questa smania in lui di andarsene? perchè non si era lasciato vedere un momento prima? perchè quei suoi occhi avevano un fondo immobile di noia e di malcontento?

Non si era ancora arrivati al caffè che il giovine, confrontato il suo orologio con quello del caminetto, disse:—Cari miei, bisogna proprio che vada. Me ne duole assai, ma non vorrei che Sua Altezza andasse a Cadenabbia e non ci trovasse.