—Misericordia!—gridò Moschino con voce atterrita.

Alle parole tenne dietro un brusco e scatenato sballottamento di legni. Ezio era fuori di sè, con qualche ragione questa volta. Quel disgraziato nel maneggiare il suo bel canotto Morning Star gliel'aveva conficcato tra il battello pesante e il muro scabro della darsena con tanta grazia che il delicato timone era saltato via in due pezzi. E questo malanno quasi alla vigilia delle regate! C'era di che morir avvelenato di rabbia. E l'ira gli andò così veemente al cervello, che saltando dal canotto sul battello, con quel pezzo di timone rotto in mano, Ezio, preso il ragazzo per il petto, dopo averlo inchiodato sul muro, gli picchiò quel legno sulla zucca, fin che ne restò un mozzicone. Il sangue colò abbondante sul viso del ragazzotto, che andava gridando:—Padron, misericordia!

—Tu non sei amabile, stamattina—disse improvvisamente la signorina del Castelletto, scendendo gli scalini e comparendo non invitata e non aspettata ad assistere a quella brutta scena.—Nemmeno le bestie si trattano così.

—Ma le arcibestie sì—ribattè Ezio senza scomporsi. E continuando nelle sue minaccie, come se Flora non ci fosse, seguitò:—E pensa a sbrattare da casa mia, brutto imbecille. Non dò da mangiare alle bestie che mi rovinano i canotti, io.

—Ora hai gridato abbastanza—interruppe Flora che in questo frattempo s'era chinata a bagnare il fazzoletto nell'acqua e cercava di fermare il sangue della piccola ferita. Poi persuase Moschino a non dir nulla e a tornare in casa dove sarebbe venuta subito anche lei. Il ragazzo obbedì. Allora la fanciulla, che la pietà e lo sdegno rendevano animosa, si volse di nuovo al signorotto di Villa Serena e gli disse:—Prima di cacciar questo povero ragazzo dalla tua casa, dovresti cacciare quel brutto diavolo che hai indosso.

Essa fremeva tutta. Commossa alla vista del sangue e dell'ingiustizia, la Polonia si sollevò e parlò chiaro in tono di sfida, in cui entravano dei personali risentimenti.

Ezio, lieto in cuor suo che essa gli offrisse così a buon mercato il pretesto di rompere le buone relazioni diplomatiche, si alzò nel mezzo del battello e parve un gigante sotto la volta bassa e tenebrosa della darsena. Nella maglia bruna che lasciava nudo il collo e nude le braccia abbronzate dal sole il suo corpo di giovine atleta si disegnò nella plastica bellezza d'un busto di bronzo. E anche l'atteggiamento ebbe del plastico, quando, appuntando verso Flora quel mozzicone di timone che aveva in mano, le disse con un sottile sarcasmo:—Contessina, quando voglio ricevere lezioni da lei so dove sta di casa.

—Ezio!—gridò la povera Flora, opponendosi con un supremo sforzo a un fiotto largo di lagrime, che minacciava di soffocarla:—Perchè sei così cattivo con me stamattina?

—Son quel che voglio essere, in casa mia—ribeccò con collera nervosa.

—Sai che ti voglio bene, Ezio—si lasciò condurre a dire la poverina con un'espressione umile di supplica; ma Ezio, aveva già col remo distaccato il canotto, che scivolò a un secondo colpo fuor della darsena nella luce aperta e svoltò dietro l'argine d'ingresso.