—Da un pezzo, ci siamo trovati tre anni fa ai bagni dell'Ardenza.
—Che uomo è?
—Uomo di molto ingegno, acuto come una lesina, che sa mescolare l'utile al dolce, non privo di ambizione, che aspira a rendere qualche grosso servizio alla deplorata finanza italiana. Non è l'Apollo del Belvedere, poverino, con quella fronte a pera, con quel naso da pappagallo, con quegli occhi da formica, che son sempre in cerca di occhiali; ma è una testa che pensa. Conosce egualmente bene un quadro d'autore come un titolo di rendita, e mentre ti espone un programma finanziario, è capace di citarti un verso di Orazio.
—Che tu forse non sei capace d'intendere.
—È il nostro torto, Ezio. Il mondo, mi persuado sempre più, è di chi sa.
—Paf! esclamò Ezio, picchiando un colpo di mano sul panciotto del vecchio giovinotto. In un altro momento il Bersi avrebbe dovuto pagare l'onore di aver pronunciata una sentenza così seria: ma costui nicchiando continuò:
—In quanto alla baronessa pare che tu la conosca meglio di me; dicono che ella sappia, come Rossini, pigliare il suo bene dove lo trova: ma è d'una imprudenza fenomenale. Avviso al lettore.
Ezio non diede segno di capire, ma si mosse per salutare la bella marchesa Lenzi che montava sul ponte in compagnia di due giovinette sue nipoti e di don Gino Corsi. La Lenzi, che dopo aver divorata tutta la sua parte di felicità, s'era consacrata a procacciare quella degli altri, presentò il giovane Bagliani a Fanny e a Mimì che risposero con vigorosi shake hands. Il Bersi ridendo gli disse sottovoce:—Essa ti cova…
La riva e lo sbarco di Cadenabbia erano affollati. Le belle giornate, le prossime regate, il passaggio grande dei forestieri, che incominciavano a piovere dall'Engadina, rendevano la stagione sul lago molto promettente.
—C'è anche il professore—disse il Bersi, mentre il battello si accostava al ponte.