Questo piccolo corredo non fece dimenticare quell'altro. Bortolo che non aveva tempo o non voleva spendere i denari di un viaggio fino a Como, pensò d'incaricare un mercantello ambulante, di quei che vanno colla cassetta sulle spalle a vendere tela e minuterie alle donne, di portargli un assortimento di stoffe, cercando di combinare il buon gusto colla non troppa spesa.
La casetta al torrente era stata imbiancata di fresco: l'aria e il sole entravano da due parti ad asciugarla.
Maria Giulia, la mamma di Amedeo, ci aveva lasciato un paiuolo, un calderotto, un armadio da cucina, quattro sedie e un laveggio: il padre della sposa avrebbe provveduto il letto, i canterani e la biancheria: alle gioie voleva pensare Amedeo colle duecento lire delle Regate, che bisognava vincere e con qualche altro risparmio messo in disparte.
La signorina del Castelletto prese sopra di sè l'incarico degli addobbi, delle tende alle finestre, dei quadri e della Madonna a capo del letto, che volle appendere essa stessa. Tutto l'appartamento degli sposi consisteva in quattro stanze, due al pian di sopra, due a terreno, che servivano anche di scuola ai bambini dell'asilo con un piccolo chioso verso la riva ombreggiato da quattro piante di fico; ma come non è mai disgrazia quando il frumento trabocca dallo staio, così non è male che la felicità sia più grande della casa che abita.
Quei due figliuoli, alla loro maniera semplice eran proprio felici, di quella felicità che non perde il tempo a definire sè stessa. Essi non discorrevano mai del bene che avrebbero trovato in quella casetta presso il torrente, per quella quasi paura che la gente incolta ha della luce che esce dalle sue più vive emozioni; ma vi guardavano ansiosamente come a una grossa moneta d'oro riposta che non conviene buttare in spiccioli. Dei due, forse il più imbarazzato davanti a questo avvenire era lo sposo, perchè era il meno ignorante dei misteri della vita, mentre la sposa, nell'innocenza sua, ci andava fidente come a un dovere voluto e benedetto da Dio: ma entrambi sentivano di essere sicuri di quella felicità che ha le salde radici nei bisogni della natura, che fiorisce e muore naturalmente nell'aria aperta e nel benefico calore del sole.
È in mancanza di questa felicità naturale che i signori inventano le serre e storpiano i fiori. Chiusi essi stessi in una atmosfera di bisogni artificiali, non le copiose rugiade del cielo rinnovano e rinfrescano le piccole radici sepolte in angusti vasi di porcellana, non il caldo del sole rinforza i gracili steli tenuti ritti dalle posticcie convenzioni. Vivono i poveri germi, senza terra di sotto di una vita tutta superficiale, come le muffe e gli agrifogli selvatici che rivestono le pareti di un umido sepolcro. Basta un soffio di novembre a irrigidire tutta questa vegetazione di salotto.
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Se ne accorgeva già la povera Flora, per cui la felicità non era durata più di quel che dura una goccia di rugiada sul filo di una ragnatela. L'illusione era caduta e ora non le restava che di mostrare il suo amaro disinganno. Quando fu veramente persuasa che essa si era inebriata in un bel sogno, e che Ezio la respingeva per ricuperare brutalmente la sua libertà, credette per un istante di morire. Livida, coi lineamenti stravolti, passava molte ore al buio, buttata sul letto, fingendo degli atroci mali di capo, fin che sentiva la mamma che veniva a cercare di lei. In presenza sua e più ancora in faccia agli estranei, sapeva trovar la forza di nascondere il patimento del suo cuore e l'avvilimento mortale in cui l'aveva gettata la sua credulità; ma appena sola, ricadeva in quella cupa tetraggine, che è come l'ombra della morte. Idee cupe passavano nel suo cervello e la spinsero una volta ad aprire il vecchio stipo e a trarre da un nascondiglio il pugnaletto ancor col sangue rappreso, che aveva un giorno vendicato l'onore dei Polony. La sua testa in fiamme non sognava che incendi e distruzioni.
Perchè, quando ci pensava, la situazione non era più quella di prima, nè essa poteva dire a sè stessa che Ezio da allegro egoista aveva diritto di ripigliare una posizione perduta: no, non era più la stessa cosa. L'antico equilibrio non poteva più essere ristabilito con un semplice atto di volontà. Ezio l'aveva ferita al cuore e il cuore perdeva il suo sangue dalla ferita. Perchè l'aveva onorata se era sua intenzione d'oltraggiarla? perchè accendere una gran fiamma per soffocarla in un mucchio di cenere… la cenere della sua povera vita? e più si sprofondava in queste considerazioni, più andava persuadendosi che qualche cosa di nuovo era intervenuto a rendere impossibile la pace tra lei e il signorino della Villa Serena.
Che Ezio la sacrificasse al suo egoismo: che per amore di tutte le vagabonde del mondo la lasciasse languire in un'inutile speranza era storia antica: cosa dura, ma la poteva accettare, perchè sentiva di essere sacrificata al suo egoismo, cioè alla parte più forte di lui; ma che ella dovesse fare questo sacrificio a una donna… a quella donna che entrava repentinamente a portarglielo via… Alle belle Liane, Ezio non cercava che i passatempi della sua età, e una povera creatura innamorata poteva ben restar di fuori al freddo ad aspettare, come la moglie del cattivo operaio sta sull'uscio d'una bettola in attesa ch'egli esca per ricondurlo a casa. Ma questa signora dalle penne di struzzo, questa baronessa, questa donna maritata era venuta in un momento sacro ad avvilupparlo colla fatale passione che accieca e che perde. Non più giovine, ma forte della terribile bellezza che non vuol abdicare, l'ex cantante era venuta apposta (se Cresti diceva il vero) per riprendere possesso d'un tesoro contrastato, farne ludibrio delle sue basse sensazioni.