—Li troveremo, mamma—dichiarò solennemente la contessina del
Castelletto—ma non voglio più ricever nulla, nemmeno un fiore da
Villa Serena.
—Son parole, mia povera ragazza. La pensione di tuo padre vedi che basta appena per vivere poveramente.
—Lavorerò.
—Come vuoi lavorare se non hai un mestiere nelle mani? Ci vuol altro, poverina… a meno che non abbia a sposare un ricco signore… La mamma non potè non far sentire una certa canzonatura in queste parole.
—No, no… mamma—protestò Flora arrossendo io non sposerò un ricco —signore; ma posso lavorare e pagare i miei debiti. Sento anch'io che —questa vita vegetale non è degna di me e già ho scritto a Elisa —D'Avanzo che conosce molte famiglie, perchè mi procuri qualche posto —d'istitutrice o mi trovi delle lezioni di disegno, di musica o di —lingua inglese. Essa mi assicurava un giorno che con quel che so —dovrei vivere bene a Milano o a Torino. Nelle vacanze potrei trovare —delle lezioni anche qui sul lago, in queste ville… Forse abbiamo —vissuto già troppo della benevolenza altrui. Di chi è questa casa? —come paghiamo il tetto che ci copre?
—Tu sai che tua zia Vicenzina è sempre stata buona con me.
La carità e l'ospitalità della zia Vicenzina non mi pesano: ma questa casa non è sua: è di Ezio Bagliani.
Flora pronunciò questo nome con voce ferma, come se si trattasse d'un signore straniero.
—Non è più sua da un anno.
—L'avrebbe venduta?