Mentre le signore risalivano lentamente il viale, soffermandosi a considerare le novità introdotte nell'orto, Massimo si compiacque di seguire coll'occhio e di accompagnarsi alla bella signora di villa Serena. L'affanno e il caldo del salire avevano colorito il suo viso, dandole un colore giovanile che faceva un poco scomparire la povera Flora nella sua patita e battuta magrezza. Come in un golfo profondo e chiuso, le tempeste avevano potuto qualche volta increspare le acque della sua esistenza, ma donna Vincenzina non aveva mai perduta la serena trasparenza delle anime semplici. Quest'anima traspariva dai grand'occhi umidi, dai movimenti placidi, senza risoluzioni proprie, dal modo quasi infantile con cui sapeva nascondersi alle spalle degli altri, sia che la minacciasse una grande responsabilità, sia che sentisse abbaiare un grosso cane.
Massimo, che l'aveva amata appunto per questo suo timido candore di fanciullona buona da pigliarsi in braccio, credette di tornare indietro a' suoi bei tempi: ma nel muoversi, gli occhiali cascarono dal naso e andarono tra la vecchia cassapanca e il muro. Tosto si fece quasi buio. Ebbe appena il tempo di rimuovere il pesante cassone e di raccattare i suoi occhi di vetro: ma nel tirarsi su e nel risospingere quel diavolo di mobile al posto sentì scendere come tre acuti dardi al lato sinistro… Ah pur troppo, era passato il suo bel tempo! e non c'è nulla che paghi un amore perduto, nulla, nemmeno il piacere di ritrovarlo.
Cresti in vestito grigio sasso, colle uose grigie sulle scarpe gialle, lindo, ripicchiato, ingioiellato coi suoi due grossi diamanti allo sparato della camicia, con una cravatta verde ramarro, su cui faceva sangue una grossa goccia di corallo, fu pronto a riceverle ai piedi della scalinata. Agitando un enorme cappello alla panama, diede il benvenuto e corse a offrire il suo braccio a donna Vincenzina. Massimo offrì il suo a Matilde e preceduti da Flora entrarono nel luminoso salotto a terreno, dove trovarono acqua diacciata, succo di limone, piatti di uva e di fichi per un primo ristoro.
—Qui c'è dell'acqua, dell'uva, del ghiaccio e sarà bene non fare complimenti.
Le signore che non venivano al Pioppino da un pezzo trovarono tutto bello, tutto lucido e netto, come se fosse non la casa d'un vecchio scapolo, ma quella d'una sposa nuova.
—Cresti ha delle idee—disse Massimo, cominciando a lanciare un primo proiettile nella fortezza. Flora che aveva scoperto un pianoforte:—Come? come?—esclamò—da quando in qua si fa della musica al Pioppino?
—Da due o tre mesi—rispose Cresti, perdendo un poco l'equilibrio delle gambe e arrossendo sotto la pelle di patata abbrustolita.
—Chi suona?—dissero le signore.
—La sposa!—disse Massimo.
Flora avrebbe dovuto chiedere chi fosse e dove fosse questa sposa misteriosa di cui si parlava tanto, ma preferì lasciarsi bombardare.