Qualche vecchio olivo dal tronco rugoso e forte uscendo dalla roccia screpolata copriva coll'antichissima ombra cespugli di aloe, aggrovigliati come serpenti. Accanto alla rosa del Bengala, verdeggiava il nespolo del Giappone: filari di novelle viti di Borgogna correvano lungo gli scaglioni, alternandosi a spallierati di pere invernali che avevano rinomanza sul lago; le rive dei praticelli intermedi tra cui volgevasi una stradina polita e pastosa erano sostenute e continuamente incorniciate da un cordone di tufo scavato a foggia di cassette e dentro, a seconda delle esposizioni, il bravo giardiniere vi aveva coltivato le piante più rare, le acute spade dell'iride, i bulbi spinosi dei cacti, le felci filiformi e arborescenti, i delicati e cascanti capelveneri, le tredescanzie pioventi, chiazze giallastre e calde di nasturzi, sassifraghe dai fiorellini rosei, orchidee dai gambi contorti e carnosi: e sugli angoli dei viali e nel bel mezzo del clivo macchie di cupe sabine, o di evonimi dal verde tenace, o una magnolia dalla foglia lucente, o un giovine abete dai bruni festoni che rigavano il fondo aperto dell'aria.

Nei luoghi meno in vista, dietro gli svolti dei cigli, il giardino nascondeva l'orto; le rose tée dai flessuosi gambi coprivano il fiorellino vile del fagiuolo e della patata, al viridario dei fiori tropicali si appoggiavano gli sterrati degli asparagi e dalla cicoria.

Mai l'utile s'era così bene mescolato al bello come in questa vigna del Signore, come soleva indicarla don Malachia, che con tutte le benedizioni di cui poteva disporre non aveva mai potuto salvare quattro rose dalla ruggine e un gambo di vite dalla crittogama in quel suo freddo orticello del Santuario.

Cresti era nel suo migliore elemento quando poteva parlare sui propri esemplari, delle forze benefiche della terra e del sole, la mamma e il babbo della vita. Dove trovare un meccanismo più bello e più sorprendente di questo che ti trasforma pochi nitrati in pane, in vino, in rose, in datteri, in zucchero, in medicine che salvano, in veleni che uccidono? E di questi prodotti arricchiamo, noi animali, i nostri tessuti, i fosfati delle nostre ossa, i globuli del nostro sangue, per cui la vita scorre calda e vigorosa nelle vene; e quando si muore, lasciamo alla terra in pio compenso della vita che ci ha dato la spoglia azotata che deve rinnovare altre vite, dar volo e canto ad altri animali.

Nè i miracoli della natura si arrestano qui. Eccovi del grano da cui io saprò cavar dell'amido: eccovi un papavero che vi stillerà la morfina, il riposo: eccovi la cicuta, la morte istantanea, in poche stille. La vita si mescola colla morte, o con quella che a noi sembra morte e che in fondo non è che una vita più ignota. In questa lenta e fatale circolazione di atomi nessuna energia si perde, cosicchè al ricominciare del ciclo sono in giuoco le stesse quantità di forze che erano in giuoco all'inizio; l'animale, dopo aver mangiato una certa quantità d'alimento vegetale non ha che da aspettare: dopo un certo tempo le sue materie stesse di rifiuto gli verranno ripresentate sotto forma di materie organiche nuove…

Cresti parlava con viva eloquenza, non nascondendo quel senso di materialismo filosofico che formava il fondo roccioso del suo carattere poco verde e fiorito al di sopra.—Cresti vuol dire—osservò Massimo—che un giorno o l'altro dovremo ritornare anche noi sotto forma di cavoli.

—Perchè no? io credo di essere stato già mangiato una volta da una capra…

—Speriamo invece di rifiorire in queste belle rose—osservò donna
Vincenzina, mentre se ne metteva nei capelli una stupenda che il
Cresti tolse da un cespuglio.

La signora Matilde chiese di poter ritornare, mentre Flora, la zia e Massimo, seguendo i passetti e i minuetti disuguali del loro ospite, discendevano verso una spianata divisa in molti quadratelli di terra coltivata a fragole straordinarie per quella stagione. Tra gli alberelli si vedevano rosseggiare grosse e appetitose.

—Questo è il mio pascolo—disse Flora—correndo avanti per un piccolo sentiero marginale, mentre donna Vincenzina e Massimo spaventati da quel diavolo di sole, che coceva il sasso, si fermavano all'ombra d'un vecchio pero.