Flora ch'era venuta al Pioppino col sereno proposito di mettere alla prova il suo cuore e di essere sincera anche con se stessa, dopo un istante di riflessione, rispose colla sua voce ferma e naturale:—Vorrei poter pagare in qualche modo questo debito di gratitudine, non perchè mi pesi d'essere sua debitrice, Cresti: anzi mi piace questo sentimento che mi obbliga a riconoscere la mia povertà e il mio nulla.

—Se lei è nulla, cara Flora—interruppe con un'argomentazione arruffata il povero innamorato—che cosa sono io che in suo paragone sono meno di nulla?

—No, Cresti, abbia pazienza—replicò Flora con una specie di severa benevolenza—ognuno ha nel mondo il suo valor assoluto e il suo valor relativo; meglio è darsi per quel che si vale. Lei sa che io sono una ragazza superba come Lucifero.

—Lucifero era un angelo.

—Ma la superbia l'ha perduto.

—Quando si conoscono i propri peccati, si è già sulla buona via per convenirsi.

—Ma ci vuol la grazia, Cresti.

—Se sapessi che a fare un pellegrinaggio alla Madonna del Soccorso ottenessi un miracolo, ci andrei a piedi nudi. Che mi consiglia di fare?

—La fede muove le montagne—disse tranquillamente la signorina del
Castelletto, che non voleva nè ingannare nè ingannarsi.

—E allora speriamo che la fede aiuti la speranza a compiere un atto di carità…—concluse con una complicata perorazione il buon Cresti, cercando la mano della fanciulla che non osò rifiutarla. Tra lui e Flora stendevasi ancora una nuvoletta, ma non era più la nuvola di prima. Il vento vi aveva fatto molti strappi, attraverso i quali pareva al nostro amico di veder come tanti pezzi di paradiso. Ma non si poteva, nè si doveva concludere un sì delicato affare, lì, tra le fragole, sotto quel sole che coceva la testa.