Nella luce dimessa del tramonto s'impiccolivano e si rattristavano i paesi e le ville: morivano già fioche le voci e le squille delle campane portate lontano dal corso più veloce del vento. Nitido il cielo era sul capo, d'un candore profondo, in cui biancheggiavano le prime stelle: e a queste parevano rispondere i primi lumi, che folgoreggiavano nelle tremule acque del lago.

Regina dal cuor contento, dopo aver intonato alcune canzonette, presa dall'affanno del salire e più ancora dal raccoglimento quasi religioso della luce morente, si arrestò ad aspettare il babbo accanto ad una rozza croce, dove intonò l'Angelus.

Flora rispose alla preghiera a voce alta, come se volesse farsi sentire e sentire la sua voce in quel grande spazio diffuso.

Di mano in mano che si andava su, lontani dalle cose solite e urtanti, il suo cuore provava un senso quasi di leggerezza e di liberazione. Avrebbe voluto andar sempre verso una meta altissima e lontana, che la portasse fuori da ogni triste pensiero. Il suo cuore aveva bisogno non soltanto di pace, ma di un vero lavacro di purificazione che distemprasse e sciogliesse i germi dell'odio e dei cupi rancori. Il male per la prima volta l'aveva urtata e offesa colla sua mano ruvida e caliginosa e come tutte le nature candide sentiva la vergogna e il ribrezzo di non essere senza macchie. Lassù, in quell'aria, in quel cielo purissimo, lontanissima dai contatti indecenti della realtà, Flora sentiva quasi risorgere la sua buona innocenza infantile, quando è così facile credere a tutto quello che emana dal cuore. Oh se avesse potuto andar sempre verso quelle lucidissime stelle che la guardavano!

Quando svoltarono in una valle più interna, cominciò a ondeggiare sulle piante e sulle creste una penombra vaga e confusa uniformemente sparsa, che si stringeva sempre più in se stessa, mentre dal fondo saliva una frescura umidiccia che ammolliva le foglie. Regina volle che la signorina si mettesse uno scialle di lana sulle spalle.

Lasciato il viottolo, che tendeva a sprofondarsi verso il torrente, presero a battere un sentiero appena segnato sul pelo dell'erba, nel mezzo d'una prateria in forte pendenza. Qui erano gli ultimi e piccioli campi di segale e di colza, chiusi da stecconati di legno, dopo i quali la stradina procedeva tra basse siepi fino a un gruppo di capanne basse dal tetto di lavagna, che parevano appiattarsi sotto la misteriosa protezione di un gruppo di piante gigantesche.

Era l'alpe detta del Boss, dove pascolava una mandra sparsa per i prati e che non si vedeva più per l'aria già fatta oscura: ma venivano da tutte le parti i suoni rotti delle campanelle, intonate agli accordi di una musica in cui cantano senza stonare le cose più disparate.

Flora, che amava la voce delle cose, mentre Bortolo s'era fermato a cangiar quattro parole coi pastori, andò a sedere in disparte sopra alcuni tronchi rovesciati e appoggiata la testa al palmo della mano, seguiva mentalmente la linea del paesaggio, colle casette scure che mandavano i tetti fino al suolo, umiliate sotto le ramificazioni ampie e bizzarramente frondose delle piante, che ricamavano il cielo bianchiccio strisciato da un'ultima venatura sanguigna. Dentro all'armonia sparsa e mescolata delle campanelle risuona una voce continua e profonda di acque correnti, di vento che fugge carico del buon odore del fieno. La giovenca chiama il torello dal fondo del prato, la capra si querela sulla roccia da cui ti guarda cogli occhi gialli: guizzano nei fondi umidi come spilli d'oro le lucciole: esce dalle stalle il morto tonfo delle cose misto al comando della voce umana. E voci ed ombre e lumi vagano lentamente nell'oscurità che si addensa, si raccolgono, si fanno fievoli al venir della notte silenziosa, che versa rugiada sulle erbe e sogni nelle menti degli uomini.

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Mentre Flora si lasciava trascinare a queste poesie, nel rumor vago e fuggevole credette di udire un più distinto suono di campanelli, misto a un bisbiglio di voci e di squilli di corni, che si avvicinavano a poco a poco: e subito dopo vide sbucare dalla strada bassa della valle un baglior vagolante, come di lampioncini a vento, che si agitassero nell'aria, e tra l'ombra e le luci guizzare molte persone, che si avvicinavano insieme al frastuono crescente.