Stette un istante inerte ad ascoltare il bisbiglio dell'acqua che rompeva tra i sassi e che nel silenzio vasto della valle pareva raccontare le sommesse storie della sua grotta oscura e meravigliosa, e avrebbe dovuto poi tornare sopra i suoi passi, se una forza non meno irresistibile di quella che trascina le nuvole nel cielo, non l'avesse condotta a proseguire oltre il boschetto, verso le capanne nere, che dormivano nell'ombra, o piuttosto verso la ragione della sua tristezza.

Essa non avrebbe saputo dire se in quel pauroso desiderio che la moveva fosse più la speranza d'incontrarsi in Ezio o la paura; se, vedendolo, per caso, uscire da una di quelle capanne sarebbe corsa a lui, a stringerlo nelle braccia, a redimerlo da una selvaggia seduzione o se invece sarebbe corsa a rimpiattarsi come una timida fiera dei boschi; ma non cessava per questo di dirigersi a quella volta, e già le capanne chiuse e silenziose eran lì a pochi passi, già ne rasentava l'ombra, quando le parve di udire un rumore, come un frascare vicino.

Si ritrasse dietro una siepe di spino che cingeva uno di quei casolari.

Qualcuno veniva alla sua volta: qualcuno entrava nel recinto stesso che chiudeva il casolare deserto e andava a sedersi sulla soglia d'un usciolino chiuso, dov'erano alcuni grossi tronchi rovesciati, nell'ombra del piovente del tetto.

Non era lui… ma una donna, la baronessa… la baronessa che, non potendo forse riposare sul giaciglio insolito del suo letto di montagna, veniva a far della poesia al chiaro di luna.

Il cuore di Flora insorse in un impeto d'ira, ma non ebbe quasi il tempo di formolare un pensiero che da un ciglione, a cui si appoggiava il muro della capanna, saltò sul prato un giovine…

Flora celata dalla siepe si trovò caduta sulle ginocchia come se a un tratto le fossero tolte le forze della vita, le si ghiacciò il cuore, le si mozzò il respiro. Sentiva che essa non poteva restar lì, invocava mentalmente da Dio l'aiuto di sorgere, di fuggire: ma non poteva reggersi.

Finalmente con un atto di estrema violenza se la comandò questa forza e la trovò: si alzò, si ritrasse con precauzione, aggrappandosi agli arbusti per non ricadere.

Nessuno saprebbe dire come avvenisse, come nessuno sa perchè un fulmine si accende e l'altro no. C'eran delle piastre di selce sparse sul terreno. Flora si chinò, se ne trovò in mano una che fischiò nell'aria come soleva farle fischiare alla riva, quando faceva il giuoco del rimbalzello a fior di acqua… e fuggì mentre uno straziante grido di donna rompeva il silenzio della notte. L'aveva colpita!

XIII.