Convalescenza.
Seguirono alle emozioni di quella notte giorni di febbre cocente e di delirio, che tennero in pena l'animo del dottore, il quale non sapeva a che cosa pensare, se a una febbre infettiva di carattere maligno o a una congestione cerebrale: e invece, quando nessuno se lo aspettava, il male si dissipò da sè, lasciando indietro una grave prostrazione di forze e una straordinaria tranquillità morale inesplicabile in quel carattere rivoluzionario.
Era discesa dai monti colla febbre in corpo e si pensò che la fatica del viaggio, il sole preso nel ritorno, il latte della zia Maddalena e la quantità d'acqua trangugiata per spegnere l'arsura avessero prodotto questo male: e Flora lasciò che credessero al sole, all'acqua, al latte della zia Maddalena. Essa vedeva bene da dove era venuta la sua febbre.
Tuttavia nella debolezza grande in cui era caduta le pareva di trovare in fondo a' suoi mali una pace nuova, non priva di qualche conforto, come se la febbre avesse abbruciata anche l'idea maligna che l'aveva fatta soffrire. Non era stato male ch'ella avesse potuto vedere co' suoi occhi la verità: e non era male che la sua vita si costituisse nella verità.
Mentre il dottore parlava alla mamma di crisi, di flogosi del sangue, di sovraeccitazione nervosa, di macchie epatiche, essa compiacevasi d'aver finito di soffrire. Strappata l'ultima illusione, non aveva che da aspettare che la ferita si rimarginasse da sè. Per chi l'aveva fatta soffrir tanto e inutilmente non rimaneva in lei più che una immensa compassione: a quella donna non osava nemmen discendere col pensiero. La figlia del colonello Polony, la contessina del Castelletto, la nipotina della donna, che aveva con un colpo di pugnale vendicata un'ingiuria, s'era avvilita fin troppo a credere che la sua felicità potesse essere contrastata da questi volgari intrugli di amori melodrammatici celebrati al raggio di luna. La nausea è un male che libera spesso da altri mali.
Ad avviarla e a guidarla su questa buona strada di pensieri modesti e ragionevoli giovò non poco la parola dolce e misurata di Elisa D'Avanzo, la buona amica che al primo telegramma della signora Matilde era corsa a sedersi accanto al letto della malata. Con Flora s'erano conosciute durante le vacanze, che Elisa D'Avanzo veniva a passare tutti gli anni sul lago: e quantunque questa fosse di parecchi anni più innanzi e d'indole grave, quasi austera, Flora aveva trovato in lei un'interprete intelligente che l'aiutava mirabilmente a comprendere sè stessa. L'amicizia non è in fondo che la fortuna di trovare in altri la parte che ci manca. In questa funzione integrale Elisa D'Avanzo rappresentava per Flora Polony quella virtù riflessiva, che non abbondava nell'indole della più giovane, troppo facile a credere agli impeti del cuore. Poco era il tempo che le due amiche vivevano insieme, perchè le condizioni ristrette e l'ufficio d'insegnante non permettevano alla D'Avanzo che un breve soggiorno sul lago tra il settembre e l'ottobre; ma la buona relazione continuava nelle copiose lettere che Flora mandava a Torino tutto l'anno, specialmente nelle lunghe e vuote giornate d'inverno, in cui pare che ogni vita morale si ritiri dalla campagna per rifugiarsi nei grandi centri. Erano lunghe confessioni, sfoghi innocenti, confidenze illimitate, nelle quali Flora amava mettere a nudo il suo cuore per il piacere di contemplarlo; erano sunti di letture fatte, consigli chiesti, pensieri trascritti dai libri, pagine intere della sua vita e di sensazioni che nascevano spesso e morivano sul foglio stesso che le raccoglieva.
Elisa D'Avanzo era a parte di quel segreto che la fanciulla non aveva mai osato confessare molto apertamente nemmeno a se stessa; nè si era maravigliata che un'illusione fondata sull'egoismo altrui dovesse cadere un giorno o l'altro come una baracca mal costruita nella sabbia. Essa era venuta subito, anticipando il suo arrivo, a raccogliere le rovine di questa illusione e ora sforzavasi di costruire con quel che si poteva salvare un edificio più modesto, ma più solido per il bene della povera Flora.
Elisa D'Avanzo aveva sofferto la parte sua nella vita, perchè potesse parlare con qualche autorità: ma più che i dolori conosceva della vita quelle spinose necessità e quei nudi bisogni, che sdegnano la pietà e che vivono giornalmente della nostra carne viva.
Da quasi vent'anni era insegnante nelle scuole comunali di Torino, costretta a mantenere una povera sorella scema che non aveva altro aiuto. Per quanto esaurita dal lavoro, conservava ancora al di sotto del logoramento fisico della persona magra e leggera, i tratti di una sana e delicata bellezza, vivificata dalla luce di due grandi occhi pieni di pensieri e sempre attenti alle cose buone. Vestita quasi sempre di nero o con pochi ornamenti vedovili, essa portava da dieci anni il lutto all'unico amore della sua vita, perchè si considerava veramente la vedova dell'uomo che l'aveva amata, che aveva promesso di sposarla e che a ventisei anni era morto vittima di una infezione cadaverica sul punto in cui stava per ottenere una cattedra di fisiologia all'università.
Colla morte di Annibale Perrone la scienza ebbe a rimpiangere una forte speranza spenta troppo presto per l'onore della patria. Amici, colleghi, discepoli, corpi scientifici, riviste italiane e straniere ripeterono per un anno l'elogi che segue ai valorosi e benemeriti cittadini; un busto di marmo fu innalzato nel cimitero dov'è sepolto… ma ad altre cose ebbe poi a pensare il mondo. Altri uomini, altri studi, altri maestri, altri ideali sorsero a far dimenticare l'opera di un trapassato, come l'erba cresce sull'erba segata dalla falce del villano; ma dopo dieci anni la donna era ancor viva al suo dolore. Il mondo si rinnova e dimentica: la donna che ha amato bene una volta, vive e muore nel suo amore. Crollano le lapidi e i monumenti attaccati ai muri: ma una memoria che sia sepolta nel cuore di una donna è un albero sempre verde che mette ogni anno una radice di più. Così Annibale Perrone, che nessuno ricordava più, continuava a vivere delle luminose speranze della giovinezza nel modesto cuore d'una povera maestra elementare, che all'educazione dei figli del popolo dava tutto quel che non era morto in lei, in compenso della pace che il lavoro le aveva procurato.