Per Flora fu una vera medicina la compagnia della cara amica, che, senza bisogno di interrogarla, seppe rispondere con carità e con prudenza ai gemiti di quel povero cuore lacerato.

—No, no—le andava dicendo Elisa, nei momenti in cui vedeva la malata più disposta ad ascoltarla—tu non puoi sacrificare il tuo avvenire, i tuoi pensieri, i tuoi doveri al culto di un uomo che non ti ama e che non puoi stimare. Se egli ha potuto suscitare in te un'illusione, non fu che un raffinamento del suo egoismo, perchè volle cogliere in te un fiorellino modesto dal profumo delicato e ornarsene per un'ora l'occhiello; ma non tardò a farti capire che si è subito pentito di quest'atto d'imprudente poesia. Per tutto l'oro del mondo egli non sacrificherebbe un giorno della sua libertà e un solo dei suoi capricci alla perpetua felicità di una donna che lo vuole tutto per sè. Il nostro modo di amare, cara Flora, non è tutto piacevole perchè coll'amor nostro noi diamo tutte noi stesse e per sempre. Ma questi signori più che la donna amano le donne: o almeno non ci considerano se non come carte che servono a fare il giuoco e che si cambiano ad ogni partita. Tu, nell'ingenuità tua, non potevi immaginare che il mondo fosse così; ma è forse bene che il caso t'abbia aperti gli occhi. Ogni tua violenza farebbe peggio. Più si sente incalzato da te, più ti si ribella e provocherà le occasioni per dimostrarti che non intende sacrificarti nulla, nè un risentimento, nè una vendetta, nè una seduzione. Più cattivo lo renderesti quel giorno che tu ti presentassi come creditrice. Nulla è più odioso quanto un creditore che non si può pagare. Sicchè per il tuo meglio, se proprio ti pare di avergli voluto bene e se ti duole di sciupar del tutto una immagine che ti fu cara, credo che ti convenga rinunciare tranquillamente a lui, e riprendere invece quei modesti doveri che tu hai verso tua madre e verso te stessa. Vedi me. Quando ho dovuto per forza rinunciare alla felicità, mi son rifugiata ne' miei doveri, come mi sarei rifugiata in una chiesa per salvarmi da un acquazzone, E così il mio sacrificio invece di restare morta radice nel suo egoismo, fruttò a me e agli altri, se non una felicità migliore, certamente un riposo non inutile e qualche beneficio.

Flora ascoltava attentamente e ringraziava cogli occhi teneri l'amica del bene che le faceva colle sue parole.

Un'altra volta il discorso cadde sulle grandi obbligazioni che sua madre aveva verso il signor Cresti del Pioppino e sull'avvenire incerto che avrebbero incontrato tutt'e due, se per non voler più aumentare queste obbigazioni, Flora avesse persuasa sua madre a lasciare il Castelletto e a seguirla in una grande città in cerca di lavoro e di pane. Anche su questo punto Elisa D'Avanzo aveva le idee chiare e positive di chi ha vissuta la sua esperienza.

—Vivere in una grande città oggi è un negozio arduo e faticoso per chi vi è nato, per chi vi ha parenti, amici, clientela, avviamento naturale; ma a chi arriva nuovo la grande città si apre come un deserto inesplorato; la piccola come un sepolcro. Tu vai in città a chiedere il tuo pezzo di pane; ma nessuno ha mai pensato che tu avessi diritto di averne: anzi molti si meraviglieranno che tu possa osar tanto e venir da lontano apposta per portar via un poco di quel pane che basta appena a chi c'è: molti se ne sgomentano; molti stringono i pugni e digrignano i denti.

Vincere colla forza la concorrenza di chi aspira al tuo medesimo pezzo di pane non sempre si riesce: perchè più abile della forza è l'astuzia: e di tutte più ancora la malignità. Onde i buoni in questa gara son già vinti prima di entrare. Ma date pure eguali condizioni, il vincere non riesce facile nemmeno a chi fin da fanciullo si preparò l'animo alla lotta e per tutti gli anni della sua giovinezza non fece che addestrarsi nell'esercizio di questa lotta, rompere, per dir così, la volontà a tutte le ripugnanze, fortificarsi contro gli assalti dei più cupi avvilimenti. Ma chi non ha mai lavorato o imparò l'arte sua solamente come un diletto della vita, se anche l'ingegno l'assiste, non può essere sicuro di non smarrirsi, di non stancarsi, di non avvilirsi, di non trasformare il suo stesso lavoro in un acuto strumento di tortura e di cader vittima della sua stessa energia.

—E allora—diceva la buona amica—che sarebbe di tua madre?

—La povertà è cosa assai triste—soggiungeva malinconicamente col tono di chi sa quel che significa contrastare giornalmente colla sorte avara e cogli intrattabili bisogni.—La povertà è cosa triste per tutti, anche per chi vi è nato in mezzo e non conosce altra sorte; ma per una fanciulla bella e gentile, che non voglia rinunciare al suo prezioso orgoglio, l'essere povera è una condizione insopportabile.

La gente fa ai poveri una colpa persino di quella stessa dignità che nei ricchi è stimata come un pregio del carattere; e io ho sentito accusare di alterigia certe povere donne, che preferivano una goccia del loro magro caffè fatto in casa, alla grassa abbondanza d'una minestra offerta per nulla da una cucina economica. Il povero ha sempre torto d'essere povero e di offendere col suo spettacolo gli occhi beati di chi lo vede; ha torto di essere seccante, quando chiede, e arrischia di offendere il beato egoismo della gente felice anche quando si ostina a non chiedere. Al povero è difficile perfin d'esprimere la sua riconoscenza, o perchè dice troppo o perchè dice troppo poco; ma più per la ragione che il ben ricevere non è più facile che il ben dare.

Chi poi può paragonare la povertà sopravvenuta a una perduta agiatezza ed è nella condizione dolorosa di dover continuamente paragonare quel che è a quel che era, quel che aveva prima a quel che non ha più, condanna sè stesso ad un supplizio, che è paragonabile soltanto allo strazio che farebbero due cavalli che tirassero un misero corpo in due versi opposti: tra le memorie e i disinganni, tra il passato e il presente Io strazio rompe la vita.