Ora tu hai qui sull'uscio—conchiudeva la giudiziosa amica—chi ti offre amore, amor vero, non fiamma di paglia, tranquillità d'animo, ricchezza con decoro: è un uomo schietto che tu non potrai non amare, quando potrai più da vicino conoscere il suo cuore e misurare il valore della sua virtù nascosta. Non è il biondo cavaliere della leggenda che passa nei sogni della giovinetta bionda: ma tu non sei romantica e sai quel che valgono i cavalieri di ventura.

L'uomo che io ho amato più di mio padre e più di mia madre non era bello: nè mai mi son chiesta s'egli lo fosse o se era un male che non lo fosse. Era il dottor Perrone che aveva guarita mia madre, era il bravo professore, amato da' suoi allievi, era la gloria della scienza e bastò perchè a me paresse più bello d'un dio. Sento che l'amerei dell'istesso amore anche se egli mi comparisse davanti coi capelli bianchi, già vecchio cadente. Consacrarsi al valore di un uomo è qualche cosa di più attraente che non amarlo per la sua gioventù e per la sua bellezza. Perciò ti ripeto che tu fai male a non incoraggiare il signor Cresti. Sarebbe per te il miglior modo per guarire del tutto da una febbre non buona, che non vien tutta dal cuore…—

Flora arrossì: gli occhi le si riempirono di lagrime di pentimento.—Forse, sì, forse avete ragione; io devo però meritarmi quest'amore e fargli un posto degno nel mio cuore. Avete ragione, non vi può esser nulla di buono in questa febbre d'odio e di gelosia che consuma la parte migliore di me. Dite intanto al buon Cresti che venga a trovarmi.—

* * * * *

Quando il solitario del Pioppino, incoraggiato da tutte le patti, scese al Castelletto a far visita all'illustre inferma si consolò tutto nel vedersi accolto con un sorriso di tenera bontà.

La malata ancor ravvolta negli scialli, con in testa una delle cuffiette della mamma, che faceva brillare i riccioli dei capelli sull'orlo della fronte, coi colori attenuati della convalescenza, stava nel seggiolone di mamà, nel vano della finestra, dove il sole batteva, mettendo nel salotto un lieto e giallognolo tepore.

La mamma era in cucina a preparare la seconda minestra della convalescenza, in cui era stato concesso di lasciar cadere un fegatino di pollo: Elisa era uscita per la sua solita passeggiata mattutina, che doveva riattivare un appetito da lunghi mesi inerte: Flora nel vano della finestra, fissi gli occhi a due nuvolette vaganti nel cielo come fiocchi di lana, si abbandonava con un molle piacer fisico alla sua dolce stanchezza, appoggiando la testa al dorso della poltrona, correndo dietro col pensiero ai rumori che venivano dal villaggio e allo sciacquìo dell'onda che gorgogliava ai piedi della casa: voci e suoni che si mescolavano a visioni e a memorie di cose lontane, cadute da un pezzo in dimenticanza.

La mente fatta più docile e meno impedita dal vigore della resistenza fisica si abbandonava con più indulgenza a ripensare le cose passate e a considerare con un senso di maggior benevolenza il destino della vita. Il bene, andava persuadendosi, è nella moderazione dei desideri e non si riposa mai così bene come nella propria bontà. E come il suo corpo godeva del tepore del sole e l'appetito invocava come un gran bene la piccola scodella di minestra, silmilmente nella sua convalescenza morale essa augurava al suo spirito la guarigione che fa godere d'ogni minimo bene, e quella sana volontà naturale che dà sapore ad ogni modesta fortuna.

Era così assorta, in contemplazione d'un farfallone che, svolazzando, urtava nel vetro, ostinato anche lui contro l'impossibile, quando Beniamino Cresti entrò.

—E così, Flora? va bene, sento….