Flora, che non l'aveva sentito entrare, piegò la testa e vide il signoretto del Pioppino con un enorme mazzo di rose gialle in mano, le più belle rose di quella qualità che fossero sul lago.

—O Cresti, buon dì. Grazie, sto bene davvero. Son per me queste rose?

—S'intende: le ho colte apposta.

—Come si chiamano?

—Rose rêve d'or….

—Come son belle! me le lasci veder bene.

Cresti lasciò cadere il grosso mazzo sciolto in grembo alla fanciulla, che rispose con un piccolo grido di gioia.

—Hanno un profumo inebriante: o è forse la mia debolezza che me lo fa sentire?

—Il profumo è l'anima dei fiori—sentenziò l'amico, che da qualche tempo andava spigolando in un florilegio di bei pensieri; e per far la sentenza più rotonda e più significante, chinandosi sulla fanciulla, che pareva sprofondata nel seggiolone della mamma, soggiunse:—E il sorriso è il profumo dell'anima.

—Ma ci son dei profumi acri che fan pensare più alle spine che non ai fiori.