—Per me ne ho fin troppo del mio vecchio Pioppino, ma capisco che non a tutti possa piacere un luogo così solitario, lontano dal lago, ficcato in una crepa di montagna. Al Ravellino avremo la nostra barchetta…

Cresti si arrestò, sentendo che parlava in plurale; socchiuse un poco gli occhi e aspettò che altri finisse un discorso che non osava andar avanti da sè.

—Avremo la nostra barchetta… ma il Ravellino è in un disordine orribile. Bisognerà che ci spenda molto denaro per ripulirlo e per togliere tutto quel che c'è di barocco e cattivo gusto. Avrò quindi bisogno di molti consigli.

—Verremo a vedere, consiglieremo…—disse lentamente, con dolcezza, Flora, secondando con benevolenza il pensiero del suo buon amico, mentre coll'orlo delle labbra andava mordendo e sfogliando la bella rosa.

Cresti si appoggiò allo schienale, distese un braccio sulla sponda della poltrona e con una intonazione in cui tremolava il suo povero cuore riconoscente, soggiunse:

—Sicuro, vorrei far restaurare una bella camera grande in stile del Rinascimento con un bel soffitto a rosoni dipinti: e poi anche il giardino ha bisogno di mille adattamenti. Quel Bersi era un ostrogoto… Un artista ha posto di guazzare fin che vuole: e io faccio conto sul buon gusto degli amici.

—Grazie. Metteremo fuori tutta la nostra dottrina artistica.

—E poi c'è ancora una cosa…—soggiunse l'amico, che tirava lentamente il pensiero come se temesse che, rompendosi il filo, l'animo dovesse precipitare in un pozzo.—Ravellino è un nome che non dice nulla; troppe baldorie vi hanno fatto in questi anni quei famosi scapestrati: e quando sia lavato e purificato, bisognerà battezzarlo con un nome un po' poetico.

—È giusto—disse Flora.

—Ho scritto qui alcuni nomi—riprese, mentre levava con mano tremante dal portafogli un cartoncino; e balbettando per l'estrema commozione:—Cioè… veramente ne ho scritto uno solo; anzi o sarà questo o non sarà nulla. Ma non posso scriverlo sul.. sul frontispizio, se prima non ho la debita autorizzazione.