—Si doveva mandare un telegramma, o partire col legno grande e col
Giuseppe.

—Che Giuseppe d'Egitto..!—brontolò il conte molto seccato.

—Intanto rovini il legno e i cavalli.

—Ai cavalli ci penso io… ep, là.—E il conte lasciò andare al capo delle bestie due belle frustate. I due cavalli fini non furono troppo persuasi di quel modo di pensare e acciecati anche dal bagliore dei lampi, flagellati da una pioggia grossa mista a gragnuola, cominciarono a galoppare malamente, a strattoni irregolari, su per la riva rotta dal fango. Donna Ines strillò:—Fermati, fermati…..

La povera contessa era livida di dentro e di fuori. E sfido! trovarsi lor due soli, in carrozza, per una strada deserta, con quel tempo in aria, con quei cavalli che don Cesare guidava quasi per la prima volta, via, chi si sarebbe divertito?

La contessa, come sono in genere tutte le donne e come devono essere tutte le contesse, era un caratterino nervoso, molto impressionabile, proprio quel che ci voleva in certi momenti per andar d'accordo con un uomo ostinato e irragionevole come il conte.

—Sacrr….—ruggì costui, accompagnando colla più energica delle sue bestemmie un terribile crac d'una ruota davanti, che fece piegare il legno da quella parte. Se non era pronto a saltar giù e a sorreggere la carrozza col suo gran corpo da gendarme, andavano tutti e quattro nel prato di sotto.

—Sacr… s'è rotta la ruota davanti. Vien giù.

—E come faccio a venir giù?—chiese la contessa con voce dolente mista di lagrime, di spavento e di rabbia.

—Vien giù in qualche maniera, per Dio sacrr… Non vedi che devo tenere i cavalli?