Un giorno, più disobbediente del solito, col protesto di cercare degli Edelweiss, la biricchina cominciò a scalare la rovinosa morena del ghiacciaio, sorda ai rimproveri della istitutrice, che non voleva assolutamente seguirla. Sebbene non ci sian pericoli gravi, e all'orlo del ghiacciaio si vada quasi di piano, tuttavia il camminare tra i massi granitici, le erosioni e i detriti non è come andare al corso. Miss Tennis, sfiatata, colle gambe rotte, dopo un po' si posò a sedere, mentre la fanciulla arrestavasi, presa e imprigionata tra enormi blocchi ammassellati in uno spaventevole disordine, come la rovina d'un immenso castello ciclopico. Il luogo era bello, sublime, ma da quella sorta di buca non si poteva uscire se non scalando coi piedi e colle mani tre o quattro macigni duri, ostinati, che parevan messi lì a cozzar l'un contro l'altro. Provò due o tre volte, ma non si arrischiò; finalmente, aiutandosi colle delicate unghiette, potè mettere un piede di qua, l'altro di là, tentare un saltuccio… ma il piedino scivolò in una fratta e vi restò impigliato come dentro una tagliola. Nel cadere confregò il ginocchio lungo le scabrosità del sasso e sentì quel che costa il disobbedire. Il dolore le cavò un grido; al grido rispose un altro grido. La fanciulla non era in grado di muoversi e Miss Tennis ancor meno di lei. E non c'era anima viva… Mio Dio, che fare? gridare ora l'unico rimedio. E il gridare di quelle due colombe fu tale, che ben presto si vide sbucar della gente (ce n'è sempre nei dintorni, che va o torna colle guide). Un signore, vista la povera signorina impotente a muoversi, superò con prestezza alcuni scaglioni, giunse fino a lei, la prese rispettosamente per le braccia, sotto le braccia…. (eh, ci vuol pazienza in certi casi) la trasse fuori dalla trappola: la fece sedere, lo spruzzò il viso d'un licor forte che aveva con sè, e parlando italiano, la compassionò, la confortò e usò verso di lei quello cortesie, che ogni animo pietoso sa trovare in questi momenti.

Miss Dy, stringendo nelle mani il suo povero ginocchio, ringraziò anche lei in un italiano duretto, come una penna d'acciaio, ma raddolcito dalla voce e dallo sguardo pieno di riconoscenza; e poichè il male si riduceva a una scalfitura, pregò il suo bravo salvatore d'aiutarla a discendere fino al luogo, dove miss Tennis più morta che viva raccomandava gli spiriti alla boccetta della canfora.

Quando l'istitutrice fu certa che non c'era nessuna gamba rotta, ringraziò in un suo francese sconnesso lo sconosciuto signore, sforzandosi di fargli capire che ora sarebbe stato molto convenable che andasse a raggiungere i suoi compagni di viaggio; ma il bravo uomo non capiva il francese; e l'inglese ancor meno. Credendo di essere gradito, offrì di accompagnare la signorina fino alla Latteria, dove avevano lasciata la carrozza. Il moto e il discorrere in una lingua non sua fecero dimenticare a Miss Dy il dolore del suo povero ginocchio.

—Siete italiano?

—Sì, damigella.

—Toscano?

—Milanese.

—Amo molto io gli italiani. Siete pittore?

—Musicista, damigella,

—Oh, adoro la musica!