Al Cavaliere avvezzo al lusso grandioso di casa sua, quell'addobbo limitato di «volere e non posso» parve un altro segno della strettezza in cui s'era cacciato a vivere il povero Carlinetto; e dètte al prete un'occhiata che voleva dire ancora: povero diavolo! Il prete invece abituato a dormire in una tana, rispose con una occhiata di meraviglia. Ma come due filosofi non riuscirono ad intendersi, perchè entrò Carlinetto che finiva d'asciugarsi le mani.

Quando furono bene asciutte, stese la destra prima alla santa madre chiesa, poi agli ordini costituiti, e cominciò a ridere.

«'Legrìa» era un uomo di mezzana statura, colla fronte piuttosto alta e bianca, con pochi capelli chiari, cogli occhi grigi, vivi, pieni di bontà. Allegro, ingenuo, incapace di star quieto colle gambe, apparteneva alla classe di quei buoni figliuoli di ingegno non molto esteso, che i grandi individualisti non possono nè tollerare nè compatire. Ma se gli mancava la potenzialità d'un cenobiarca che si mangia in uno sbadiglio l'universo, era un uomo caldo di cuore, un diligentissimo vicesegretario, un animo capace di rendere un buon servigio anche a una persona antipatica: era poi un marito modello.

—Vedeste il bestione! ha preso un abbronzato magnifico.

—Ci avrai messo, immagino, la sua bella fascia di prosciutto—domandò il prete.

—S'intende. Il prosciutto asciuga il grasso del dindo e gli dà un saporino filosofico… eh! eh!

—E nella pancia, che gli hai messo nella pancia?

—Un ripieno di salsiccia con prugne di Provenza e qualche castagna.

—Va, Carlinetto, tu sei all'altezza dei tempi. Ti ho portato un vasetto di mostarda.

—È dolce?