—Di miele… Alle signore piace il miele. È dolce come il mio cuore…—soggiunse ridendo don Procolo, che cominciava a sgranchire l'appetito nel tepore della sala e nel buon odore che veniva dalla cucina.
—Mia moglie vi prega di perdonarle, se per il momento c'è Bebi che ha bisogno di lei.
—Chi è questo Bebi?
—Il grande, il terribile Bebi.
—Quello della carota?
—No… suo fratello, Eh! eh! eh!—Carlinetto si appoggiò al pianoforte per rider meglio.—L'ho poi trovata la carota quella famosa notte—soggiunse, rivolgendosi al Cavaliere—ma ho dovuto picchiare alla porta di tre erbivendole, finchè ne trovai una più pietosa che me la buttò dalla finestra. Un orso, a cui col mio picchiare avevo rotto il sonno sul più bello, mi scagliò dal terzo piano un cavastivali, che se mi piglia giusto, mi faceva nascere una carota sulla zucca. Eh, eh, eh…
Il ridere elettrico e d'un suono metallico con cui Carlinetto accompagnò il suo racconto, cominciò a far solletico anche al cuore mal disposto dei soliti. Il Cavaliere a ridere faceva ah, ah, ah… Il prete: oh, oh, oh, mostrando tutti i denti e la immensa cavità della bocca. La ragione di questa musica la si capisce: gli organetti ritrovavano il manubrio.
—E Battistone?
—Di Battistone—disse il Cavaliere—ho da raccontarne una bellissima.
—Allora sedetevi, mentre vi preparo un bicchierino di amaro tonico di Pavia, un amaro che aguzza l'appetito come una lesina. Accostatevi al fuoco, asciugatevi i piedi.