Vado lungo il sentier, la mente e il cuore
Che svolazzano via secondo l'estro,
Finchè dal campanil, sonando, l'ore
A scuola non invitino il maestro.
Ritorno e avvien talvolta che da un denso
Cespuglio io tragga i renitenti fuori.
Ma del cespuglio, quando ben ci penso,
Siam noi le spine ed essi sono i fiori.
Son cento insieme, ma trecento, mille
Se parlano e fra tanto ondeggiamento
Di teste bionde spiccan le pupille,
Come lucciole in campo di frumento.
E quando al cicalìo segue la pia
Cantilena al gran Padre dei bambini,
È inutil, professor, ch'ella mi stia
A citarmi i suoi Greci e i suoi Latini;
Allora provo—e piango—un senso nuovo
Come se navigassi in un gran mare….
Un non so che, mi scusi, che non trovo
Nei libri che m'han fatto studiare.
Fra quei piccini dalle mani ladre,
Dai musi tinti e che non taccion mai,
Vi son di quei che chiamano la madre
Ita lontana, assai lontana, assai….
Vi son cervelli modellati a stampo
Dei crani d'una volta e ingegni vivi
In cui divin guizza talora un lampo….
È il pan che manca che li fa cattivi.
Io penso (se tra i banchi una lacuna
Ricorda un saggio che morì giocando)
Che mal si resta a specular la bruna
Ora di morte e a ritardarne il quando.
Bello il morir, quando s'ignora il mondo,
Piegando come un uccellin la testa.
E il funeral, spettacolo giocondo,
Si fa con fiori e le campane a festa.
Qui nel mio seggio in legno di castagno
Io sono quel che son, nè i birbi sanno
Che sol trecento e trentatre guadagno
Lirette magre quanto lungo è l'anno.