Io non avevo ottocento lire sotto la mano, ma possedevo tre volte tanto in oro, in trine e in frivolezze eleganti. Il cuore non abituato ad aver bisogno, non era abituato nemmeno a provvedere ai bisogni degli altri. Anche nell'arte dell'esperienza vale più la pratica che la grammatica.
Durante la notte raccolsi tante cianfrusaglie che non usavo più, vi aggiunsi un anellino di brillanti, e pensai, così a occhio e croce, d'aver raccolto un valore di ottocento lire. La mattina per tempo chiamai la Costanza, che corse col suo libretto nascosto in seno.
—Ci ho pensato, Costanza; guarda. Ho raccolto questi gioielli, che non metto più, e mi pare che possano bastare. Fanne un involto e senza dir nulla a nessuno, va' dal vicino orefice e vendi. Quando hai i denari in mano, va da Enrico, con questo biglietto che ora ti scrivo….
Sedetti al tavolino e scrissi quattro righe con lieta furia di chi è sicuro di salvare un uomo che affoga. Le antiche donne che portavano i loro gioielli sull'altare della patria non erano più orgogliose di me. Io mi sentivo crescere di valore, più prezioso di quello dei miei ornamenti.
La Costanza era rimasta istupidita cogli occhi fissi su quel mucchietto d'oro e, quando mi mossi per darle il biglietto, mi guardò col suo sguardo scemo, tentennò il vecchio capo, masticò qualche parola, e tirandosi indietro:
—Scusi,—disse,—lei può far vendere queste cose dal maggiordomo. Io non son pratica.
—Ma bisogna salvare il segreto.
—Il segreto era necessario fin che si trattava dei miei danari; ma questo è un altro conto.
—Tu non vuoi aiutarmi, dunque?
—Ella poteva aiutare me e non ha voluto. Scusi, capisco che i miei danari possono offendere delle persone come lei, ma io non credevo di fare l'elemosina. Scusi…. Scusi….