»La professione di Rosilde non è fatta per star tranquilla.
»Appena ella fu conosciuta, diventò di tutto il mondo meno che mia.
»Dapprincipio l'accompagnavo al teatro, l'aiutavo a vestirsi.
»Ma cominciò una processione di signori che venivano a farle complimenti e parlavano Dio sa come,—in presenza mia, non mi guardavano neanco come una serva, peggio come un cagnolino.
»La buona Rosilde ci pativa più di me e si dava una gran pena di avvertirli e di dire a tutti: questa è mia sorella e di farmi rispettare. Ma ogni volta s'era da capo. Io mi sentivo sempre più spostata in mezzo a quella confusione di insolenti, di facchini, di screanzati, di corde, di tele, di stracci, di lumi, di urli, di diavolerie d'ogni specie.
»Sicchè fu Rosilde stessa a consigliarmi di rimanere in casa. Ed io acconsentii di buon grado.
»Ma anche là cominciavano a venire seccatori a tutte le ore della notte e del giorno.
»Non potei trattenermi dal fare qualche osservazione a mia sorella; ed ella mi rispose con rincrescimento che non poteva metterli alla porta, e che s'usava così e che era una necessità del suo mestiere.
»—Ebbene, mi arrischiai a dire, pianta lì il mestiere e vieni via.
»—Eppoi? mi rispose; oramai non potrei adattarmi a fare delle privazioni e non so far altro che ballare. Questa è la mia vita, benchè non sia molto bella.