Attilio fu il primo ad accorgersene. Ricordò la la sua missione e chiese di vedere il ferito.
—Vieni, ti condurrò io, gli dissi.
Il cancelliere rimase indietro a levar da una grossa tasca che teneva in groppa la carta e le penne per stendere l'interrogatorio.
Noi lo precedemmo alla casa del Sindaco. Incontrammo per via don Sebastiano e lo speziale che a malincuore s'avviava ad aprir la sua bottega.
Seppi da lui che il signor Angelo era tornato in sè verso il far del giorno ma declinava rapidamente. Attilio incaricò l'inserviente comunale di avvertirlo del suo arrivo. Noi lo seguimmo su per l'incomoda scaletta di legno. Appena entrammo nella camera, prima ancora ch'egli avesse aperto bocca, il signor De Boni, a cui l'inserviente aveva fatto l'ambasciata, puntellandosi con uno sforzo supremo per alzarsi; volto ad Attilio, con voce soffocata ma abbastanza intelligibile ruggì:
—Fatemi giustizia: dicono che chi m'ha assassinato è il Beppe Rivella,—ma, ricordatevi, che l'ha mandato il curato. Egli m'ha imposto per diciotto anni un suo bastardo e per liberarmene l'ho minacciato di tutto rivelare ed egli…. guardate….. m'ha fatto finire… finire, prete assassino…. giustizia!
E cadde rovescio col capo penzoloni fuori dal letto, livido, convulso.
Era orribile: qualcosa di infernale.
Il medico osservò che la morte non poteva tardare.
Lo sciagurato aveva consunto gli estremi aneliti di vita in quell'ultima protesta di odio.