Il dottore era tanto impaziente di raccontarci la sua storia quanto noi di ascoltarla.

La strada c'era sembrata lunga. Perciò non appena arrivammo a casa sua, ci chiudemmo nel suo studio e di tacito accordo si venne subito all'argomento.

Egli parlò per più di tre ore col linguaggio sobrio e al tempo stesso colorito di un uomo di mondo che discorre di cose serie.

A parte la speciale gravità delle circostanze, il suo racconto era per sè stesso molto interessante. E tal sembrerebbe così anche ai miei lettori, se potessi ripeterlo com'egli lo espose. Ma sono costretto a riassumere alla meglio.

IL ROMANZO DEL DOTTORE.

Il signor De Emma aveva avuto una gioventù burrascosa. Travolto, fin dai primi anni nelle fortunose vicende del 1821 aveva visto il padre, antico e venerando patriota morire in una delle terribili fortezze dell'Austria ed egli stesso aveva dovuto al nome di quella vittima illustre di poter sfuggire quasi miracolosamente alle prigioni di Mantova da cui, a istruttoria finita era destinato per seguir la sorte paterna, allo Spielberg.

Troncati gli studi, confiscati i beni, non si perdette d'animo tuttavia. Natura temprata alla lotta, maschio carattere, salute a tutta prova, giurò non solo di affrontare, ma di vincere la battaglia che gli si offriva.

Passò in Inghilterra, le terra eternamente ospitale a tutte le sventure. Si rannicchiò in una cameretta, la più a buon mercato che potè trovare nel labirinto di Londra; contò il poco peculio rimastogli dal naufragio della sua fortuna, e, fatto il calcolo che ne aveva ancora abbastanza per non temere, per un anno almeno, la fame, riunì in un pacco le molte lettere di raccomandazione che gli amici della sua famiglia gli avevano procurato in gran numero e le pose in fondo al baule. Voleva tentare, almeno tentare, di poter dire un giorno di dover tutto a sè stesso. L'orgoglio a volte, è la più nobile e la più feconda delle virtù.

L'anno in cui era stato avvolto nel movimento rivoluzionario, doveva essere quello della sua laurea in medicina; in esso aveva visto invece aprirsi al padre la tomba, a sè la prigione e l'esiglio. Ora bisognava riprendere i corsi; ma l'infortunio che lo aveva così spietatamente trafitto d'un tratto nel suo cuore di figlio e di patriota, aveva ripercosso i suoi colpi nel cervello dello studente.

Le lagrime versate, le bestemmie espresse, le diuturne lotte dello spirito in quegli eterni interrogatorii di cui parla Silvio Pellico con tanta amarezza, tutto ciò aveva portato nelle sue idee una confusione che confinava quasi colla dimenticanza.