Don Gaudenzio non mi guardò più che con aria di suprema compassione.
E fui subito dall'organista che con una voce da donnicciuola malata mi chiedeva se i cori della cattedrale milanese fossero composti di maschi o di femmine.
—Maschi, signor Prosdocimo.
—Pare impossibile: li ho sentiti una volta sola, da ragazzo, all'epoca dell'ingresso dell'arcivescovo Romilli, e avrei giurato…..
—Ci sono uomini che hanno la voce dell'altro sesso; rari sì, ma ci sono…. mormorò il farmacista.
E ghignava sotto i baffetti.
Due commensali non apersero bocca,
L'uno era don Sebastiano, il vice-curato, l'ombra di quel quadro luminoso di giocondità, un certo coso incoloro, insipido, insignificante (ed altre negative in in ), del quale per dare un'idea giusta bisognerebbe poterlo descrivere senza dirne nulla.
L'altro, un giovane abatino, pallido, dagli occhi azzurri, dalla ciera linfatica e sofferente, dai modi timidi e muliebri. Lo splendore vago e malinconico del suo sguardo parea cercasse qualche cosa che non era presente, una memoria lontana, una speranza indefinita. Mangiò pochissimo e non bevette che acqua, ciò che non fece, per esempio, Don Gaudenzio.
Si era appena finito, e i commensali stavano ancora ripiegando i tovaglioli, quando Baccio entrò con una faccia sepolcrale, ed annunzio l'arrivo del sindaco.