La buona Mansueta se li condusse via coll'esca di due mele cotte nella cinigia.

Restammo soli, io, il vedovo e Baccio; soli e in un mestissimo silenzio non interrotto che dal crepito della lampada ad olio.

Ma Beppe si alzò di repente, e, piantatosi fra me e il campanaro, prese un atteggiamento che ci fece paura; un atteggiamento di rivolta e di sfida. Pareva Spartaco in abito di frustagno. E con voce concitata, rauca, affannosa, cominciò:

—Voglio parlare! bisogna che parli! il mio segreto mi bruccia nella strozza! Mi ascolti pazientemente, signorino, e tu, Baccio, stammi a sentire anche tu.

Si asciugò il sudore, tornò a sedere, si nascose la testa nelle mani, e continuò:

—La mia Gina a quindici anni era la più bella ragazza del paese, e la più buona. Tu, Baccio, lo puoi dire e lo può dire Mansueta e Don Luigi e tutti lo possono dire. Le nostre baite erano vicine; mio padre e mia madre, suo padre e sua madre si davano del tu fin da quando erano fanciulli alti come quei due poveretti che sono usciti testè…

Qui s'interuppe, e disse a bassa voce, quasi parlando a sè stesso:

—Perchè li abbiamo messi al mondo, perchè?

E, ringolfandosi nelle memorie, continuava:

—Ella veniva ogni mattina a distendere il fieno sull'aia che separava le nostre case; e cantava una canzonetta… che era il mio spuntare del sole.