—Francesco Raja del fu Antonino, d'anni ventiquattro, di Lercara.
—Che ne dite delle vostre imputazioni?
—Che ne devo dire? io mi son fatto sempre gli affari miei.
—Gli affari vostri lasciategli stare: parlate piuttosto degli affari della banda…. i furti commessi, gli omicidi, la verità insomma, quella verità che del resto avete dichiarato.
—Io non so nulla. Se avessi saputo tutte queste cose, l'avrei dette ai carabinieri, i quali mi tennero nella caserma tre mesi. Furono il giudice Nicolosi e il sindaco di Lercara che mi consigliarono a dirle, promettendomi la liberazione. Lo stesso fece il giudice Scandurra. Io ero solo, in segrete, e digiuno. Poi venne nel carcere il presidente Morena; mi fece dare da mangiare, e mi unì col Lombardo. Così, rassicurato anche dalle sue parole, feci quelle confessioni che mi suggerì egli stesso.
—Ma voi rispondete tutti a un modo!… Perchè fuggiste dal carcere se eravate innocente?
—Per affari di _Zita_¹. Intanto morì mio padre, e fu per questo ch'esitai a presentarmi: finalmente mi presentai.
¹ Promessa sposa.
—Perchè vi misero insieme con don Peppino, quale ragione ci poteva essere?
—Io che ne so: è certo che fummo insieme: anzi lui mi dava da mangiare, e mi faceva imparare a mente tutto quello che dovevo poi dire.