Il su Cicco restò in mezzo alla stanza. Egli si passò la mano sulla fronte, come se facesse tutti i suoi sforzi per cacciar quel pensiero che gli bruciava il cervello, gli faceva scorrere per il corpo brividi di ribrezzo.

Un soffio di vento fece oscillare la fiammella della lucerna.

—Che tempaccio da lupi, disse una voce.

Il su Cicco trasilì, e si voltò vivamente. Era il figliolo ch'egli non aveva sentito entrare. Il giovine era imbacuccato nel suo ampio cappotto di bordiglione; richiuse l'uscio, battè i piedi per fare sgocciolar l'acqua degli stivaloni, appoggiò lo schioppo a un angolo della stanza, si levò il cappotto d'addosso, e l'appese a un chiodo.

—Ho parlato con mastr'Antonio….

Ma allora s'accorse del turbamento del padre, ed esclamò:

—Che cos'avete!… Che è stato…

—Niente, rispose lui secco secco. Poi dopo un momento di silenzio soggiunse avviandosi:—Sali devo parlarti.

—Ma che diamine è stato insomma!

—Sali: te lo dirò sopra.