—Serafina, il cavaliere Mario Furlani.

Il qual cavaliere, presentato dal marito, s'inchinò riunendo i talloni con un movimento di buona scuola, bisbigliando un «fortunato….» e mangiandosi il resto per amore di brevità. Era alto, bruno, elegantissimo, e aveva i lineamenti regolari. Veniva da Tunisi, dove era stato a caccia, e una tinta bronzina dava qualcosa di più maschio alla sua fisonomia di bel giovine.

Serafina gli dette uno di que' rapidi sguardi, che basta alle donne per squadrare un uomo, poi inchinò il capo con un sorriso pieno di gentilezza.

Com'è naturale, il discorso cadde sul suo viaggio: egli ne parlò a lungo abbandonandosi sulla spalliera della sedia, con delle arie stanche d'uomo che abbia abusato de' piaceri, gingillandosi col medaglione della catenella, lanciando sguardi languidi in un palco di rimpetto, dove se ne stava a contemplarlo, con una specie d'ingenua adorazione, una fanciulla con due occhi a mandorla dolcissimi, lucenti come due perle nere.

A Serafina quella sera parve assai simpatico l'amico di suo marito.

—Che te ne pare? le domandò questo tornati a casa, mentre lei, spogliandosi davanti allo specchio veniva denudando il suo bel corpo di statua.

—È molto educato.

—Dici ciò in un modo…. Ti par brutto forse?

—Affetta una cert'aria d'uomo stanco….

—Ma questa è stata sempre una sua debolezza, che farci…. E poi, devo dirtelo? a me sembra che ciò dia un non so che di piccante alla sua figura giovanile. Non ne convieni?